“E poi ci rendemmo conto che non importava cosa rubassimo, cosa mangiassimo, la fame rimaneva. Non solo la fame di quando non hai da mangiare o salti un pasto, ma la fame di quando ti manca l’esistenza intera. Un fame che ti prende le ossa. Una fame che ha bisogno di qualcosa di più del cibo. Una fame che ha bisogno di una visione del futuro. Qualcosa che ci consumava più in profondità di quanto capissimo, che ci toglieva le forze per resistere e ci risucchiava gli occhi. Una scatoletta di sardine pose fine a tutto.”
Si può iniziare a leggere una trilogia partendo dall’ultimo libro? Sì, si può. Avevo qualche dubbio, ma “I reietti” di Lee Maynard me l’ha tolto senza alcun problema di sorta. Forse perché i tre libri dello scrittore originiario del West Virginia hanno come filo rosso la fuga, lo scappare dal luogo dove si è nati, tanto più se quel posto è una piaga nel paesaggio ai margini del fiume Tug, il corso d’acqua che funge da confine naturale – cosa rara negli Stati Uniti segnati da delimitazioni spesso costituite da linee rette tracciate dagli uomini – con il Kentucky.
È lì che si trova Crum, paese di un centinaio di anime, incastrato tra le colline e la ferrovia, nella profondità dei monti Appalachi. È lì che Jesse Stone, il protagonista della trilogia, è nato e è andato a scuola, per volere dello zio Long Neck Jesse. È lì che inizia la trilogia con “Lontano da Crum” che ha già nel titolo il fermo proposito di andarsene il prima possibile. Proposito che nel terzo volume sembra diventare realtà.
Anche se è sicuro che Jesse Stone non abbia mia letto l’ultimo romanzo di Cesare Pavese, il suo famoso “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via” potrebbe benissimo reggere come causa prima della sua inquietudine, quell’inquiteudine che nelle varie tappe che lo porteranno in California lo faranno continuamente e chatwiniamente sbottare in un “che cosa diavolo ci faccio qui?”.
Nel suo viaggio verso l’Ovest, dopo essere stato brutalmente cacciato dalla Carolina del Sud da un vicesceriffo* e da un suo scagnozzo perché lavorava e – specialmente – viveva con i neri, Jesse Stone transita per un ranch nel Wyoming dove fa il cowboy e legge un sacco di libri. Poi si sposta in Colorado iscrivendosi all’università, facoltà di inglese, dove dà un esame strafatto di pillole rosse. Sempre in Colorado a inizia a fare la guida turistica nelle montagne sopra Gunnison in un posto che si chiama Crested Butte. Qui lavora e conosce Caton Baros e Wendell Klah, un messicano e un indiano, due amici che saranno i suoi fidati compagni nelle disavventure che gli capiteranno a San Francisco, tra alberghi di infimo grado, prostitute grasse e stupratori giganti e dove imparerà che non è mai stato semplice uscire da un bordello. E che è ancora più difficile scappare da un campo di addestramento dell’esercito dove Jesse e Wendell si troveranno arruolati per un periodo minimo di un anno e mezzo, al posto di finire in prigione.
Inizia così un altro tipo di peregrinazione, non più decisa da Jesse, ma da suoi superiori: da Fort Ord in California a Fort Gordon in Georgia per finire al North Depot Activity – nel mezzo dei Finger Lakes, nella splendida zona settentrionale dello Stato di New York – a fare la guardia a testate nucleari nascoste chissà dove e a stando sempre all’erta per la paura della Minaccia Rossa. Jesse s’incontra e si scontra con un’umanità costretta in turni di guardia di ventiquattro ore, corvée in cucina e altre mansioni più o meno alienanti. Sono i reietti del titolo che Maynard descrive così:
“Feci un inventario mentale degli uomini sparsi sui sedili. Salvo una o due eccezioni pensavo fossero la feccia della scuola di formazione, me compreso. Erano un ammasso di disadattati, persone sbagliate nel posto sbagliato, troppo piccoli, troppo magri, troppo grassi o troppo stupidi per essere veri MP.”
Tra loro gli scapestrati e improbabili soldati Vincent Sabolino da Railway, New Jersey, Sean Dugan, un irlandese del Bronx, l’allampanato Henry Bannermann, Harvey Melton – chiamato “Melt Down” – l’unico nero del plotone. Tutti stanchi della battaglia, senza mai essere stati in battaglia. Tutti sbandati costretti a diventare MP, Polizia Militare. Oltre a loro, il potente e temibile Ruker, il silenzioso Garcia, l’odioso e meschino sergente maggiore Kraus, la misteriosa Antonia DiPaulo, la donna con il seno di Jane Russell. E Starker. Che a storpiargli il nome in Stalker gli si farebbe solo un complimento.
Seguono appostamenti in auto, risse fuoriose, bande di motociclisti e rat bike, spaccio di eroina e fughe in Nicaragua. Il cerchio sembra chiudersi con il ritorno alla vecchia scuola di Crum e un vecchio amore che arriva due giorni dopo. Quando Jesse Stone è già ripartito, ben conscio di essere bravo a scappare, ma non troppo bravo a arrivare da nessuna parte.
Scritto come un diario – dal Settembre 1956 all’Agosto 1964 – la saga di Jesse Stone, sempre in fuga e in cerca di appartenenza, mi ha riempito di curiosità sia per il suo autore – che purtroppo è morto nel 2017 – sia per gli altri due volumi che leggerò subito. Perché, come scrive Jesse nel suo diario nell’autunno del 1958:
“Al ranch avevo letto abbastanza libri per sapere che avevo bisogno di leggere molti più libri”.
* da “Furore” di John Steinbeck in poi i vicesceriffi, nella letteratura americana, sono quelli deputati a farti perdere la dignità.
(Immagine: “Fort Ord Abandoned Line of WWII Barracks” | foto di John Stanton | via Fort Wiki)