“È come avere lasciato una pianta in cantina e non averci più dato uno sguardo per venti anni. Poi un giorno apri la porta e la pianta è diventata grande.”
La cantina è quella della casa dei genitori di Daniel Martin-McCormick dove hanno provato, percosso e sperimentato i futuri componenti dei Black Eyes. La città è Washington D.C., terra di duro e persistente harDCore punk, nei primi anni zero. Ian MacKaye e la sua Dischord – nata anche anch’essa nello scantinato di un bungalow – pubblicherà i loro primi due album, poi nel 2004 il quintetto si scioglierà.
E a questo punto che si spiega la citazione che apre il post sulla pianta in cantina: è tratta da un’intervista dell’anno scorso a Daniel Martin-McCormick e è la sua metafora per descrivere come è stato suonare di nuovo insieme dopo venti anni. Venti anni durante i quali i cinque hanno sperimentato individualmente percorsi, città e strumenti nuovi. Continuando nella metafora: è come se le radici della pianta abbandonata nello scantinato avessero fantascientificamente trovato vie, sempre undergound, anche lontano dal fusto principale, ma capaci di tenerlo in vita e accrescerne l’altezza.
In particolare, mi ha positivamente impressionato l’eclettismo delle attività musicali e intellettuali di Daniel Martin-McCormick, voce, chitarra e percussioni del gruppo. Ben consapevole delle sue radici punk hardcore nel Distretto di Columbia – “It’s all coming from that punk lineage. So yeah, sure, I’m punk. Fuck it “– oltre che suonare nei Black Eyes e aver suonato in numerose altre band, ha co-fondato festival e etichette e ha scritto per Pitchfork, Vice e DJ Magazine. Daniel adesso vive a New York e con l’identità di Relaxer – debutto niente meno che al Berghain di Berlino – ha portato e porta i suoi DJ set nei luoghi sacri e sacrileghi della techno mondiale.
Mi fa bene sapere che esistono persone come Daniel Martin-McCormick, ammiro il suo fare deciso e variegato, da seguace laico dell’indipendenza. Mi piace che i Black Eyes abbiano un album in arrivo per questo inizio di ottobre. E mi è piaciuto scrivere su Humans vs Robots la recensione del loro singolo “Pestilence”.
Sì, è ora di un po’ di pestilenza per ricordarci a che punto della storia siamo.
(Foto “Black Eyes 2023” | Photo by Shawn Brackbill | via Pioneer Works)