Tecnofascismo e miliardari

A perfetto completamento della recensione di “The Nerd Reich. Silicon Valley Fascism and the War on Democracy“, Fabio Chiusi ha intervistato il suo autore Gil Durán, il giornalista californiano autore sia della newsletter “The Nerd Reich”, sia del libro che, uscito alla fine di agosto per Simon & Schuster, porta lo stesso azzecatissimo nome – in Italia esce per Mondadori con il titolo “Silicon Reich”.

Gil Durán è stato tra i primi a identificare e analizzare – cito dalla recensione di Chiusi – «la saldatura sempre più evidente tra nazionalismo reazionario e colossi dell’intelligenza artificiale in Silicon Valley» e questa sua opera fornisce una ricostruzione storica e ideologica utilissima per dipanare quella trama nera, intrisa di «repressione arbitraria, eugenetica, razzismo, odio per il diverso, eliminazione del dissenso, distruzione degli avversari politici e di ogni concorrenza» che l’autore americano definisce inequivocabilmente “tecnofascismo”.

Incollo qui sotto la domanda e la risposta che chiudono l’intervista, invitandovi a iscrivervi alla newsletter Fragile, perché «è tempo di conoscere il nemico, e imparare a combatterlo».

Fragile: Infine, la via d’uscita da questa distopia tecnologica. Nel libro lei sostiene, e io sono pienamente d’accordo, che “la prima sfida è la sfida dell’immaginazione”. Dobbiamo rivendicare una visione democratica del futuro, che comincia con l’immaginarlo, ripensando sia la governance della tecnologia sia l’esistenza stessa dei miliardari, scrive. Può delineare brevemente alcuni tratti essenziali di questo futuro immaginato in cui la tecnologia e l’IA servono la democrazia anziché la sua distruzione?

Gil Durán: Il nostro sistema attuale dà a 3.000 miliardari più potere di tutto il resto della popolazione terrestre. Il futuro deve servire gli 8,3 miliardi di persone sulla Terra che non sono miliardari. Questa è la risposta semplice, e tutte le soluzioni devono discenderne. Già prima che arrivassero i tech bro stavamo distruggendo la nostra capacità di sopravvivere su questo pianeta per arricchire una manciata di compagnie dei combustibili fossili. Questo è l’unico posto in tutto l’universo in cui sappiamo di poter vivere. Perché l’abbiamo organizzato in modo da favorire la nostra stessa estinzione?


Immagine di Gil Duran | via Instagram

Distruggi questo sito web

And Now for Something Completely Different.

Queste pazzie informatico-surrealiste le vengo a sapere sempre attraverso le segnalazioni del fidato fratello bravuomo.

Si chiama Destroy Any Website e, grazie ai trucchi di rendering e alla pixel art di Sprite Fusion, da oggi puoi distruggere l’interfaccia di questo blog. E di qualsiasi altro sito web.

Se proprio devi, vai e spacca tutto.

“Con gioia, però”.

[Edit: un bravo allo sviluppatore Hugo Duprez – la mente dietro Sprite Fusion – creatore del web game, oltre che di interessanti strumenti di editing per il game design e la grafica pixel art]

La cultura dei padroni e il freno della storia

Partiamo dalla domanda che si è posto Flavio Pintarelli nel suo ultimo post: “Perché le persone hanno paura dell’AI?”.

Dopo avere portato come esempio concreto la distruzione fisica dei libri, adottata dai «feudatari dell’intelligenza artificiale» come metodo per scansionarne più velocemente le informazioni, Pintarelli sottolinea la natura profondamente ingegneristica e totalitaria della loro cultura, dominata dall’imperativo espansionistico dello «scaling up: aumentare la scala, espandersi, spostare sempre più in là i limiti di grandezza e rapidità». Questo conta, di tutto il resto ai tecno-oligarchi sembra fregargliene quasi niente. E questo fa scrivere a Pintarelli:

È questo “atteggiamento” – e non tanto l’intelligenza artificiale in sé e per sé – che a mio avviso fa una paura fottuta a molte persone. Perché se ripeti di continuo che la tecnologia che stai sviluppando avrà un enorme potere trasformativo sulle loro vite, ma ti manca la sensibilità per confrontarti con la cultura depositata nell’immaginario che ne orienta i valori e le credenze, non puoi aspettarti che accolgano il tuo progetto a braccia aperte.

Quale sia e come si sia sviluppato il milieu culturale della Silicon Valley lo descrive accuratamente Leonardo Bianchi in un articolo del febbraio del 2025 che parte dal considerare il fresco insediamento del DOGE – ossia la presa di possesso di interi pezzi dello Stato federale da parte di Elon Musk al fine di smantellarne una cospicua parte – come «il risultato di un lungo processo ideologico, culturale e politico che parte dall’inizio degli anni Novanta, ossia dagli albori della moderna Silicon Valley».

Questo processo ha inizio con quella “miscela di cibernetica, economia liberista e contro-cultura libertaria” detta ideologia californiana che, nata sessista, avversa al multiculturalismo e già sulla via di una svolta “tecno-fascista”, si estremizza in una corrente ancora più reazionaria e dichiaratamente ostile alla democrazia. È nella seconda metà degli anni Novanta che nascono teorie come quella dell’individuo sovrano che dipinge i miliardari come gli “dei della mitologia greca” e che influenzerà fortemente Peter Thiel che di questa area culturale è divenuto l’eminenza nera – utile e aggiornato il ritratto che ne ha fatto Valerio Renzi nel primo articolo della serie “Fascismi di silicio”.

Negli ultimi anni la voglia di sbarazzarsi definitivamente della democrazia ha visto i broligarchi abbracciare, oltre che l’amministrazione Trump, le idee e le subculture della estrema destra statunitense come l’illuminismo oscuro di Nick Land e la monarchia aziendale proposta da Yarvin Curtis, secondo cui:

lo Stato dovrebbe essere “privatizzato” per massimizzare i profitti degli “azionisti” (ossia i magnati) che si scelgono il loro “amministratore delegato-monarca”.

Insomma: è questa la cultura che che circola negli ambienti in cui si decide e si lavora allo sviluppo dell’intelligenza artificiale?
Uno tra gli ultimi a avere tratteggiato la cultura aziendale dei miliardari della Silicon Valley è David Robinson che, dopo essersi licenziato da responsabile della sicurezza di OpenAI, ha pubblicato su The Atalantic un pezzo intitolato “I Quit OpenAI Because Its Culture Is Broken” dove scrive:

Il futuro dipende da una saggezza che manca alla Silicon Valley. Saggezza su come gestire tecnologie pericolose e, ancora più importante, saggezza su cosa significhi prendersi cura delle persone.
[…]
Fino a oggi, il settore dell’IA non è stato capace di insegnare alle macchine ad agire in modo coerente come farebbe una persona saggia e premurosa. In parte si tratta di un problema scientifico – connesso con il funzionamento delle macchine – ma in parte è una questione umana che riguarda il modo in cui le persone si prendono cura l’una dell’altra. Prima che le organizzazioni che sviluppano l’IA possano insegnare a una superintelligenza a trattare bene l’umanità, dovrebbero ricordarsi loro stesse come si fa.

Se la paura per l’IA nasce – riprendendo le parole di Pintarelli – «dalla percezione che chi la sviluppa stia agendo senza alcun riguardo, per il proprio tornaconto e a vantaggio di pochi», le persone hanno perfettamente ragione a averne: le recentissime parole di Sam Altman sull’«accettare che accadano alcune cose brutte in cambio dei benefici» di certo non tranquillizzano, al netto dall’essere una mossa per smarcare OpenAI dalle posizioni assunte da Dario Amodei di Anthropic riguardo alla necessità di rallentare lo sviluppo delle IA di frontiera.

A questo punto, per non angosciarsi troppo, conviene affidarsi a Walter Benjamin quando nel 1940 scrive in “Sul concetto di storia”:

«Marx dice che le rivoluzioni sono la locomotiva della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno d’emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno».

Sempre più d’accordo con Bernie Sanders.


Immagine di Simon Stålenhag | da “The Electric State”

I danni reali dell’IA, il dialetto dell’algoritmo e uno slop detector

Attualizzando il vecchio, ma sempre utile formato chiamato “Blob di blog”, ecco tre citazioni da altrettante fonti che seguo per non rimanere invischiato nel pantano dove gli apocalittici fanno a schizzarsi di fango con agli integrati – quelle terre di ciascuno, molto ampie nelle principali piattaforme social, dove i primi demonizzano e i secondi esaltano l’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Partendo da angolazioni differenti, gli autori e l’autrice di queste tre newsletter mi aiutano invece a tenere sveglio lo spirito critico, analizzando i pro e i contro e riflettendo senza manicheismi o pregiudizi. Sono tre finestre aperte per tornare a pensare e agire, togliendo i piedi dall’acquitrinio alla ricerca di acque più chiare e trasparenti.

È questa l’unica domanda che aggiungo al racconto, maledetto, dei fatti di questi giorni: come assicurarsi che le democrazie abbiano tutti gli strumenti – giuridici, morali, politici, concettuali – per attribuire correttamente le colpe dei danni dell’AI ai loro produttori, senza finire per salvarli facendo delle AI stesse, autonome o meno che siano, il capro espiatorio?

Peter Thiel, da studioso di René Girard, è un grande fan del tema. Chissà che pensa delle sue responsabilità nella trasformazione dell’Occidente in un carcere ipersorvegliato a cielo aperto, in cui dare la caccia all’Altro – il migrante, il difforme, il dissidente – proprio come nei regimi cui dice di opporsi.

– Fabio Chiusi, “Chi paga quando rompe l’AI?” | via Fragile

Gli LLM hanno assorbito tutto questo perché lo hanno trovato già ovunque nel loro corpus di addestramento. Ora lo restituiscono disponibile a chiunque, a qualsiasi ora, senza sforzo. Non è che gli LLM abbiano cambiato il modo in cui scriviamo. È che hanno reso visibile e accelerato qualcosa che stava già succedendo. E questo rende la domanda “è umano o AI?” meno interessante della domanda: cosa è diventato desiderabile nella scrittura, e perché?

Lavorando a uno strumento per rilevare questi pattern – il Filtro Mano, costruito per diletto in una notte insonne insieme a Claude usato non come assistente ma come interlocutore – è emerso un problema che non avevo previsto: i dettagli concreti non bastano.

– Roberta Erre, “Il dialetto degli algoritmi” | via L’animale social

Restiamo dentro le piattaforme perché è il luogo da cui passano tutte le informazioni, ma usciremmo volentieri se trovassimo un luogo capace di captare un segnale più pulito e significativo.

Per questo l’evoluzione possibile dello slop detector è la creazione di una nuova forma di distribuzione dei contenuti: un feed personalizzato indipendente da qualunque piattaforma.


Uno strumento capace di filtrare e selezionare i contenuti sulla base di interessi e obiettivi personali, e quindi di creare un canale informativo autonomo, generato su misura ignorando le piattaforme e i loro algoritmi.
È proprio l’AI a rendere possibile questa opzione.

– Paolo Gervasi, “Diventa il tuo algoritmo” | via Futuri preferibili