I miei 9 album

Scelti non tanto, o non solo, perché reputati tra i più belli, quanto perché ritenuti tra quelli che mi hanno influenzato di più, rendendomi il disgraziato che sono. Musicalmente, ma non solo.


Per conoscere chi è il creatore di My9Albums e da quali altri format del mondo musicale online ha preso ispirazione, potete fare un salto su Humans vs Robots e saperne di più.

La scorza antica dei linkblog

E poi invece c’è chi della forza del link esterno ne fa il motivo della propria esistenza online.
Niente di nuovo sotto il sole, non vi allarmate, si tratta di un Grande Antico del Web: il linkblog.
L’ho scoperto attraverso Mastodon – uno dei pochissimi social che ancora frequento senza farmi panicare il fegato.

Ricalcando in modo elegantemente retrò la propria url, si chiama links.grafton9.net. e è stato appena messo online dall’Archivio Grafton9 che dal 2013 «si muove all’intersezione tra collezionismo, attivismo archivistico, hacking e rifiuto del copyright per la libera circolazione della conoscenza». Il loro attivismo archivistico, secondo chi scrive, è prezioso e utile per chiunque voglia abbeverarsi da fonti umanamente scelte e pidieffizzate, senza altro criterio di scelta che quello della consapevolezza che «gli archivi non sono contenitori passivi di vecchi oggetti, ma siti dove il potere sociale è negoziato, contestato, confermato».

Come ribadiscono nella parte finale del post del loro blog – proprio quello sul lancio del linkblog:

Non vogliamo qui sminuire l’importanza di uno strumento come Mastodon, dove sono nate belle comunità mosse da un buono spirito di condivisione e discussione. Ma crediamo sia sempre più importante tornare a pubblicare apertamente sul web, in sistemi semplici, chiari e accessibili. Tutto questo fa parte di un’attività di cura, dove le informazioni organizzate da persone hanno molto più valore delle informazioni mediate dagli algoritmi delle piattaforme.

Il mio consiglio è quello di iscriversi subito al feed RSS così da leggerne i contenuti sul vostro reader preferito. Come fosse una newsletter – visto che da un po’ fa così ganzo leggere in quella modalità.


La solitudine dei link esterni

Il link esterno è stato – e continua a essere – l’unità di base delle connessioni che costuiscono e reggono il Web. Il link è la spinta verso il fuori che anima ogni ipertesto degno di questo nome. È il sentiero che riferisce fonti, rivela approfondimenti, suggerisce punti di vista differenti, invita alla scoperta ragionata o all’esplorazione in serendipty. I motori di ricerca hanno inizialmente adoperato e prosperato sulle spalle del link esterno, facendo della sua presenza uno degli elementi tra i più decisivi per finire nella prima pagina dei risultati. Detta rozzamente: quanto più un sito web era linkato, tanto più aumentava la sua trovabilità sui motori di ricerca. Ha funzionato per diversi decenni. Poi, come scrivono Dana McKay e Damiano Spina in questo articolo su “The Conversation”:

Per circa trenta anni, il World Wide Web si è retto su un contratto sociale di stupefacente profondità: la maggior parte dei siti web era accessibile gratuitamente ai motori di ricerca, ma chi ne utilizzava i contenuti era tenuto a riconoscerne la provenienza inserendo un link alla fonte. Recentemente questo contratto sociale ha iniziato a sbriciolarsi. Gli strumenti di intelligenza artificiale scansionano i siti web non allo scopo di creare collegamenti, quanto per addestrare modelli e generare risposte – più o meno accurate.

Quando fai una ricerca, le risposte di ChatGPT o delle AI Overview di Google possono ancora includere link alle fonti, ma rappresentano una specie di aggiunta facoltativa rispetto alla risposta principale.

È lampanete come Google Overview e ChatGPT vogliano trattenerti sulle loro pagine, ma in questo modo si è innescato un meccanismo che ha visto i siti web perdere una parte consistente del loro traffico portandoli così a bloccare gli strumenti di scraping dell’intelligenza artificiale che rufolavano nei loro contenuti a sbafo. Il risultato è che le intelligenze artificiali finiscono per dipendere fortemente da siti con contenuti di bassa o pessima qualità – spesso generati, a loro volta, dall’intelligenza artificiale stessa.

Questi sono i motori di ricerca e le IA e l’ambientino che stanno allestendo: contenuti creati da macchine letti e analizzati da altre macchine.

Poi c’è la novità, appena entrata in vigore, per cui sulle Pagine Facebook si possono pubblicare un massimo di 2 (due) link gratuiti al mese – nei post organici o nei commenti. Se si vogliono postare più di due link si paga. E nemmeno poco: per portare il limite a otto link, Meta vuole 49,99 dollari al mese mentre per sbloccarne venti ci vogliono 149,99 dollari, sempre al mese. Se, infine, si vogliono link illimitati – come era fino a pochi giorni fa – i dollari da scucire a Zukerberg e soci diventano ben 149,99. La pagina di informazioni del Centro Assistenza di Facebook, dice che «i limiti sui post e sui commenti con link potrebbero non essere applicati a tutte le Pagine», ma a oggi non fornisce nessun criterio né altre informazioni su chi è perché potrebbe essere escluso dalla limitazione.

In questa decisione di Facebook l’insofferenza verso il link esterno è ancora più palese. Con questa nuova limitzione, il link viene ancora una volta declassato a semplice mention/tag, privato della sua funzione principale di collegamento con la totalità del Web e imbrigliato nel ruolo di postino del condominio a tinte blu. L’atteggiamento di fondo sembra del tipo: vuoi davvero deviare un parte del traffico dal mio social verso altri siti? Si può fare, ma c’è da pagare una multa. Se non paghi, come si fa già da anni su Instagram, puoi riepiegare sul semplice e testuale “link in bio”. Quello, per ora, non è a pagamento.

Insomma, il link esterno è sempre più bistrattato. Il suo uso sempre più sminuito e accantonato. L’idea di incoraggiare chi sta leggendo un testo, breve o lungo che sia, a spostarsi in un luogo che non sia all’interno di un giardino recintato oggi sembra essere un’eresia. Pensando a questo isolamento finto-dorato mi sono venute più volte in mente un paio di strofe di “Hotel California”, l’arcinota canzone degli Eagles. La prima è: «We are all just prisoners here / Of our own device» che mi sembra suoni molto contemporanea se si traduce “device” con “dispositivo” e non come “vizio” o “inganno”. La seconda sono le parole finali: «We are programmed to receive / You can check out any time you like / But you can never leave». Ossia: siamo programmati per ricevere. Puoi pagare quando ti va, ma non potrai mai andartene. Questo ai tech-bros gli garberebbe proprio tanto. Il maiale sogna le ghiande. Cos’altro vuoi che sogni?


Immagine di Simon Stålenhag | da “Swedish Machines”.

Un cerchio lungo un anno

Perché navigare da un sito all’altro – di link in link – contribuisce a liberarsi dalla passività su cui algoritmi e intelligenze artificiali basano il loro predominio. Significa tornare a scegliere volutamente contenuti e fonti selezionati da un intervento umano scaturito, non dalla voglia di estrarre dati da vendere a qualcuno, ma dal tentativo di proporre fonti selezionate perché reputate buone e utili per chi li le leggerà. Navigare attraverso un webring assomiglia a un atto di fiducia verso persone reali il cui scopo non è quello di tenervi imbrigliati tra le mura sempre di identiche di una piattaforma o di un ambiente chiuso, ma quello di valorizzare il link – la connessione, anche quella dal webring al Web esterno.
– dalla homepage di Lit/Ring

Lit/Ring chiude i battenti dopo un anno di vita: era un esperimento che voleva indagare la possibilità di creare un circuito virtuoso tra i blog e i siti web che si occupano di libri e letteratura. Tra qualche giorno il dominio scadrà e le due pagine che tenevano online i contenuti del webring scompariranno dai browser.
I risultati raggiunti, per usare un eufemismo, non sono incoraggianti: sono stati solo otto blog a aderire all’iniziativa, compreso quello che state leggendo e che aveva lanciato il webring.

I motivi sono diversi, ma quello principale credo sia stato il fatto che i network di blog siano uno strumento spuntato rispetto alla pervasività, alla facilità di utilizzo e di interazione dei social network. Poi credo ci sia anche il fatto che affidarsi alla potenza comunicativa della parola scritta – sia pure a schermo – in un momento in cui le produzioni video sono le più seguite sia stata una scommessa troppo ardita. Leggere il post di un blog ha un’attrattiva estremamente più debole rispetto alla più affascinante e meno impegnativa possibilità di cliccare il tasto play di un video, breve o lungo che sia. Forse sono tempi da lettori comodi e per questo mi viene da pensare a ciò che Liz Pelly scrive riguardo agli utilizzatori di Spotify quando definisce il loro ascolto “lean-back listening: per ora è vincente un modo passivo e rilassato di usare i media, ormai lontano anni luce dall’attività – o dalla proattività come sembra di moda dire da un po’ – di altri tempi del Web.

Insomma: siamo ancora qui a confrontarci con il beckettiano fallire ancora, fallire meglio, ma senza vittimismi o orgoglio da minoranza ferita. Si troveranno altre strade per condurre più persone alla lettura di testi, sia a 72 dpi sia su carta. Intanto non posso che ringraziare gli altri sette coraggiosi e coraggiose cha avevano aderito al webring e che continuerò a leggere fino a quando scriveranno. Grazie di cuore per la fiducia a arsenio bravuomo, Guido Catalano, La siepe di more, Bluebabbler, Giochi di parole… con le parole, Clockwork e Daydream On a Bookshelf.
È andata così, ma qui, nonostante l’enshittification in corso, non si arretra di un passo, sia chiaro.