I piccoli Winfield Joad


Il bambino ritratto in questa foto del 1939 è il figlio di un bracciante agricolo di Sallisaw, Oklahoma e potrebbe raffigurare la figura del piccolo Winfield, il fratello più piccolo di Tom Joad, protagonista di “Furore”. Proprio da Sallisaw inizia il capolavoro di John Steinbeck, per poi raccontare il viaggio della famiglia Joad verso la California, dopo che la Dust Bowl ha reso i campi impossibili da coltivare.

Mi piacerebbe che gli scrittori contemporanei tenessero più di conto delle storie come quella delle famiglie Joad della contemporaneità. Come sapeva fare Alessandro Leogrande. Che ci manca davvero tanto.

Il quartiere perfetto non esiste

A leggere il post precedente si potrebbe pensare che per incontrare qualcosa di nuovo e interessante bisogna per forza andare a cercare nel disagio e nella povertà. Non era questo il senso: non era un elogio dei vicoli dove rischi la vita dopo una certa ora né tanto meno una stolida apologia dei quartieri malfamati. Vivere dignitosamente senza dover per forza guardarsi le spalle ogni volta che si chiude la porta di casa credo sia un diritto di ogni persona. Non c’è bisogno di diventare paladini del decoro a tutti i costi o fare della tanto citata sicurezza il mantra di ogni campagna elettorale per sostenere e reclamare il diritto a vivere città, periferie e paesi in modo umano – ossia usufruendo di servizi e opportunità come trasporti pubblici, centri di aggregazione e socialità, scuole, zone verdi, solo per dirne alcune.

Tuttavia, aggiungo che può esserci poca differenza tra il vivere in luoghi puliti, quasi asettici, con tutte le comodità a portata di mano, e sopravvivere in altri in cui appena esci di casa ti piglia la disperazione per il vuoto assoluto e il disagio che regna nelle strade. I primi mi fanno venire in mente i sobborghi americani che Joe Dante descrive in “The ‘Burbs” dove nelle villette ben curate dei sobborghi si possono nascondere i peggiori assassini e abusi. I secondi, per rimanere nel cinema, mi ricordano i quartieri di Detroit spopolati dalla crisi immobiliare – già abbandonati dalla classe dei bianchi dopo che la città iniziò a perdere il proprio primato nell’industria automobilistica – e nelle cui cantine si annidano storie di razzismo e violenza – guardate “Barbarian” di Zach Cregger per averne un assaggio in salsa horror. Per ragioni opposte, sono entrambi esempi di ambienti non a misura umana, dove la socialità è difficile che prosperi, essenzialmente per la paura dell’altro.

Scrivo questo post dopo aver letto un articolo del Post sui quartieri più disagiati delle città italiane, basato sui dati recentemente resi pubblici dall’ISTAT, che mi ha fatto riflettere su quello che avevo scritto sul Lower East Side di New York e sul fatto che rischiava di evocare un facile esotismo sulla pericolosità dei quartieri. Quartieri che, nello stesso tempo, non voglio demonizzare perché in quei luoghi e in quell’umanità diseredata che li abita possono nascere solidarietà, altruismi e legami difficili da far germogliare in lidi più rispettabili e borghesi: leggete la trilogia che John Steinbeck ha messo in piedi nelle pagine di “Vicolo Cannery”, “Pian della Tortilla” e “Quel fantastico giovedì”, ma non scrivetene positivamente online se volete recarvi negli Stati Uniti in questi anni senza imprevisti al momento dell’ingresso.


Immagine: miniatura preparata per un video su “Barbarian” che doveva andare online per le produzioni multimediali di Machinapost. Video che non ho mai finalizzato, ma forse, chissà, un giorno.

Su Dorothea Lange e John Steinbeck

La foto usata nel post precedente è di Russell Lee, uno dei fotografi americani assunti dalla Farm Security Administration per un progetto di promozione delle politiche del New Deal che si rivelerà la migliore fonte di documentazione fotografica della Grande Depressione. Il progetto portò, a partire dall’autunno del 1936, un gruppo scelto di fotografi e fotografe a viaggiare per gli Stati Uniti: negli stati del Sud le loro macchine fotografiche documentarono le condizioni di quella consistente fetta di popolazione di agricoltori e braccianti, ridotta sul lastrico e costretta a emigrare verso l’Ovest. Gli okie descritti da “Furore” di John Steinbeck di cui si parlava nel post precedente.
Un’umanità sradicata a forza di fame e stenti dalla terra dove risiedeva da numerose generazioni – in una terra già strappata con la violenza a chi ci abitava prima – costretta a muoversi su vecchi scassoni, a dormire sotto le tende, passando pianure, montagne e deserti con la paura di rimanere bloccati. Tutto per conquistarsi una vita dignitosa e degna di essere vissuta.

Di questa America rurale e migrante i fotografi documentaristi inviati della Farm Security Administration sono fedeli e empatici osservatori e osservatrici. Tra loro, oltre a Russell Lee, c’è Dorothea Lange: le sue fotografie sono quelle mi piacciono di più, i suoi ritratti sono quelli che mi coinvolgono maggiormente. Da quelle scattate ai contadini prostrati dalla siccità, seduti sul lato in ombra della main street di Sallisaw, OK – da dove parte la famiglia Joad e che fa da immagine a questo post – per arrivare al volto di Florence Owens Thompson, bracciante anche lei dell’Oklahoma, di genitori di discendenza Cherokee e madre di sei figli, magistralmente ritratta nei campi della California in quello che è divenuto uno dei ritratti simbolo della Grande Depressione.

Ieri ho scoperto che al Museo Diocesano di Milano, dal 15 maggio al 19 ottobre, c’è una mostra su Dorothea Lange. 140 suoi scatti per celebrare la grande fotografa americana a 130 anni dalla nascita. Se ci vado, ne scrivo di sicuro. Se siete di Milano, andateci subito.


(Foto: Drought farmers line the shady side of the main street of the town while their crops burn up in the fields. “The guvment may keep us a little I reckon.” Sallisaw, Oklahoma – September 1936 | by Dorothea Lange | via Library of Congress)

La frase finale di Squid Game e John Steinbeck

Chi ha visto l’ultima stagione di Squid Game sa bene quali sono le parole finali, volutamente troncate di Seong Gi-hun:

“Non siamo cavalli. Siamo umani. Gli umani sono…”

Questa frase non mi suonava nuova. L’avevo già letta o sentita un po’ di anni fa. Magari non proprio in questa forma precisa, ma lì vicino. Il primo, immediato collegamento è stato con il titolo di un film del 1969 che mi era rimasto impresso ancora prima di averlo visto: “Non si uccidono così anche i cavalli?” – in originale: “They Shoot Horses, Don’t They?”.

Diretto da Sidney Pollack, è una crudele descrizione delle maratone di ballo, veri e propri massacri basati sulla resistenza fisica, i cui partecipanti erano, per la maggior parte, coppie di disoccupati o di persone con scarse o nulle risorse economiche, in cerca dei soldi del primo premio per sopravvivere ai tempi grami della Grande Depressione, nella California dei primi anni Trenta. Assonanze con la trama di Squid Game ce ne sono di sicuro, eppure la frase non era quella. Ho anche controllato sia la sceneggiatura originale sia la versione italiana: l’unica volta che nel film vengono rammentati i cavalli è in un dialogo tra due poliziotti e Robert nella parte finale del film che non spiego per non rovinare la visione a chi non lo conoscesse.

– Why’d you do it, kid?
– She asked me to.
– Obliging bastard.
– That the only reason you got, kid?
– They shoot horses, don’t they?”
(script originale)

– Perché l’hai fatto, figliolo?
– Me lo ha chiesto lei.
– E tu non dici mai di no.
– È questa l’unica scusa che hai?
– Anche i cavalli li finiscono, no?
(versione doppiaggio in italiano)

Il periodo della Grande Depressione però mi sembrava un indizio importante e infatti quando questa estate ho riletto “Furore” di John Steinbeck – nell’ottima nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni – ho ritrovato la frase che il Giocatore 456 di Squid Game mi aveva fatto riaffiorare.

Per dare un minimo di contesto, per chi non ha letto il libro, diciamo che siamo a pagina 622, vicinissimi all’epilogo, dopo che in California una pioggia senza tregua ha allagato e affamato le famiglie di emigranti, coloro che negli anni Trenta vengono sbrigativamente chiamati okie – perché molti arrivano dall’Oklahoma – e che, muovendosi sulla Route 66, arrivano in California per non morire di fame dopo che la dust bowl, lo sfruttamento intensivo dei campi, la siccità e la crisi del 1929 hanno devastato la loro terra. Sono più di un milione solo dall’Oklahoma: un flusso di persone su improbabili automobili, camion e altri mezzi di fortuna che attraversano il continente americano in cerca di un futuro migliore. Tra loro c’è anche la famiglia di Tom Joad, protagonista del romanzo, che da Sallisaw, OK, intraprende un faticoso, precarissimo ma tenace viaggio verso l’Ovest. E che quando arriva in California deve ancora resistere alla ricerca di un lavoro come bracciante per paghe orarie che i padroni abbassano in continuazione, sfruttando l’abbondanza di manopera e il suo stato di estrema necessità. E non lesinando l’uso di squadre di picchiatori, sceriffi e vicesceriffi per spaccare la testa ai sindacalisti e a chi cerca di unirsi e organizzarsi per non subire più trattamenti e salari sempre più degradanti.
Detto questo come introduzione minima, ecco la frase:

Niente lavoro fino a primavera.
E se niente lavoro… niente soldi, niente cibo.
Se uno ha un tiro di cavalli per arare e coltivare e mietere, non è che poi li lascia morire quando non c’è lavoro.
Quelli sono cavalli… noi siamo uomini.

Anche se gli sceneggiatori di Squid Game non l’hanno presa dal capolavoro di Steinbeck, a me piace pensare che invece sia così perché il fantasma di Tom Joad è ancora in giro a ricordarci che:

io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta.



(Foto: Mules with guards around their muzzles to keep them from eating while working, near Vian, Oklahoma | July 1939 – by Russell Lee | via Library of Congress)