Qui non può succedere

Una volta Kurt Vonnegut ha scritto che gli artisti sono come canarini in una miniera perché sono capaci di avvertire un potenziale pericolo prima che gli altri lo vedano concretizzarsi. Per citare le parole esatte:

Questa teoria sostiene che gli artisti siano utili alla società perché sono estremamente sensibili. Sono ipersensibili. Crollano come canarini in una miniera di carbone avvelenata molto prima che individui più robusti si rendano conto del pericolo.

Doremus Jessup non è un artista e non ha la stazza dell’uomo robusto: è un ometto dalla barba grigia, un sessantenne «intellettuale borghese di paese», ritornato, dopo un soggiorno nella troppo caotica Boston, nella natià Fort Beulah nel Vermont. Qui ha rilevato, grazie all’eredità lasciatagli dal padre, le quote del “Daily Informer” diventandone editore e direttore. È un giornalista, politicamente lontano sia dal radicalismo di sinistra sia dai regimi totalitari che dominano già l’Italia e la Germania: «un mite liberale, piuttosto indolente e un po’ sentimentale, che non amava la pomposità, l’umore greve degli uomini pubblici e quel prurito per la notorietà». Tuttavia, non è un pavido o un neutrale e la sua dose di odio la riserva nei confronti di qualsiasi tipo di crudeltà o intolleranza e «verso il disprezzo dei fortunati nei confronti degli sfortunati». La sua posizione di liberale non gli impedisce di mettere in dubbio la colpevolezza di Sacco e Vanzetti, di condannare le ingerenze statunitensi a Haiti e in Nicaragua e di affermare l’innocenza di Tom Mooney, attivista sindacale degli IWW, ingiustamente arrestato. È anche uno dei pochi, negli anni Venti, a sostenere il riconoscimento della Russia post rivoluzione. Con grande imbarazzo della società borghese che pure frequenta, una volta è anche arrivato a appoggiare uno sciopero per il riconoscimento del sindacato dei cavatori di granito del ricco, nonché suo conoscente, Francis Tasbrough. Eppure è «tanto poco bolscevico quanto lo era Herbert Hoover».

Doremus Jessup è il protagonista di “Qui non può succedere”, il romanzo di Sinclair Lewis che immagina distopicamente una dittatura fascista impossessarsi delle istituzioni e della società quando nel 1936 il populista democratico Berzelius “Buzz” Windrip vince le elezioni diventando presidente degli Stati Uniti. Grazie anche all’appoggio di William Prang, vescovo della Chiesa episcopale metodista e efficace predicatore radiofonico, Windrip sconfigge sia il candidato repubblicano Walt Trowbridge, sia Franklin D. Roosevelt che, una volta persa la candidatura nella convention democratica di Cleveland, è uscito dal Partito democratico fondando un suo partito – il Partito jeffersoniano. Windrip si impone anche su tutti e sette i partiti comunisti, che unendosi avrebbero potuto conquistare novecentomila voti, ma che evitano «una simile volgarità borghese con entusiastiche scissioni» divenendo i primi a prendersi le bastonate della milizia personale – i Minute Men – che Windrip ha nel frattempo formato grazie alle attività di Lee Sarason, suo astuto e subdolo segretario.

Le promesse con le quali Buzz e i suoi vanno al potere sono un misto di scaltro populismo e truce razzismo. I quindici punti del suo programma elettorale comprendono:

  • il controllo da parte di una Banca centrale federale di tutta la finanza e la successiva nazionalizzazione delle miniere, dei pozzi petroliferi, dell’energia idrica, dei trasporti e delle comunicazioni;
  • l’incoraggiamento dell’iniziativa e della proprietà privata;
  • l’esclusione degli atei, degli agnostici e degli ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercizio di mestieri come il maestro, il professore, l’avvocato, il giudice e il medico (eccezion fatta per l’ostetrico o l’ostetrica);
  • la somma limite della ricchezza individuale (tre milioni di dollari pro capite);
  • l’accrescimento degli armamenti;
  • il diritto del Congresso ridotto a quello di emettere moneta (e subito dopo l’insediamento dovrà raddoppiare la fornitura di denaro);
  • l’esclusione di tutta la popolazione nera dalle cariche pubbliche, dall’avvocatura, dall’insegnamento e dalla medicina;
  • la distribuzione a ogni famiglia di cinquemila dollari;
  • la liquidazione per intero e in contanti dei bounus ai veterani di guerra.

    E, se ancora non bastasse:
  • tutte le donne dovranno lasciare il loro lavoro per fare ritorno ai loro sacri doveri di casalinghe e madri (a eccezione delle infermiere e di chi lavora nei saloni di bellezza)
  • ci sarà un processo immediato per alto tradimento per chiunque sostenga il comunismo, il socialismo e l’anarchismo;
  • il Congresso avrà solo funzione consultiva e il presidente avrà l’autorità di condurre da solo il governo;
  • la Corte Suprema non avrà più il potere di annullare con sentenze di incostituzionalità alcuno degli atti del presidente.

Naturalmente – e non fa niente se lo considerate uno spoiler – i cinquemila dollari non saranno mai erogati a nessuno così come i bonus ai veterani di guerra, ma sono invece creati veri e propri campi di lavoro – per non dire di concentramento – per chi si lamenta, per chi perde il lavoro o per chi viene arrestato per attività antiBuzz. Viene istituito, sul modello di quello già funzionante nell’Italia fascista, il corporativismo e ogni sindacato e partito sarà sciolto con le buone o, per la maggior parte delle volte, con le cattive. Quanto alla sicurezza: i Minute Men, operando insieme agli agenti della polizia statale, arrestano chiunque sia noto o anche solo sospettato per attività criminali nell’intero paese. I processi seguono la prassi della corte marziale: «su dieci arrestati uno veniva fucilato all’istante, quattro erano condannati alla galera, tre rilasciati in quanto innocenti… e due arruolati nei Minute Men con il grado di ispettore». Le violenze sono sempre più diffuse e indiscriminate, i campi di concentramento si riempiono: arrivano la legge marziale, gli arresti dei parlamentari, le persecuzioni antisemite, le sparizioni in pieno giorno e una corruzione sempre più sfacciata. La situazione diventa sempre più insostenibile sia economicamente, sia socialmente, nonostante il governo proclami spavaldamente che la disoccupazione è stata sconfitta: «Windrip aveva promesso di rendere tutti più ricchi, ma era era riuscito, a eccezione di qualche centinaio di banchieri, industriali e soldati, a rendere tutti molto più poveri».

Ma c’è chi si organizza e resiste negli U.S.A. e fuori: viene creata una «ferrovia sotterranea» proprio come quella usata per far fuggire gli schiavi neri prima della guerra civile, ma che stavolta serve per i tutti i cittadini americani che vogliono lasciare il paese per andare in Canada. E “Nuova Sotterranea” si chiama l’organizzazione clandestina che inizia a operare contro la dittatura fascista di Windrip e di chi verrà, a suon di colpi di stato, dopo di lui. Ci sono scioperi e rivolte, soffocate nel sangue, mentre le voci di una «Guerra Inevitabile» contro il Messico diventano sempre più consistenti. Si allestiscono false flag.

Doremus Jessup aderirà alla “Nuova Sotterranea” e pagherà fortemente per la sua attività antifascista, perderà amici, il lavoro, ma si toglierà i guanti di pizzo per indossare i tirapugni di ottone – come suggeritogli dalla figlia Sissy, ricalcando il «noi non si poté essere gentili» brechtiano – e si ritroverà a fianco di compagni di strada che non sono simili a lui né per inclinazione politica né per estrazione sociale, ma insieme ai quali sviluppa una sincera solidarietà. Forse perché, nel buio solitario della prigione della contea, Doremus Jessup ha meditato su che cosa è successo alla giovane democrazia americana e su chi debba ricadere la responsabilità:

«La tirannia di questa dittatura non è colpa soprattutto della Grande Impresa, né dei demagoghi che fanno il loro sporco lavoro. È colpa di Doremus Jessup! Di tutti i coscienziosi, rispettabili Doremus Jessup dal cervello pigro che hanno permesso ai demagoghi di insinuarsi senza protestare con il giusto vigore».

Se potete, leggete questo libro, godetevi la prosa densa, lucidamente e spesso crudelmente ironica, piena di riferimenti alla storia americana e mondiale di Sinclair Lewis, un coraggioso e acuto – direbbe il buon Kurt Vonnegut – canarino nella miniera. Oggi più che mai.

We’re Only in It for the Memory | episodio 3

Ritornare a scrivere in Rete per il gusto di raccontare se stessi e la realtà quotidiana che viviamo, per produrre memorie da leggere anche quando non ci saremo più.
Ha il fascino di un back to basics“one man and his guitar blog” – una delle riflessioni che Personalità confusa ci ha fornito nella conversazione inclusa in questa terza puntata: se la letteratura, come tutta l’arte – se credete a Pessoa – è la dimostrazione che la vita non basta, pubblicare su un blog è uno scampolo di possibilità anche se quel che rimarrà pubblicato sarà assimiliato, bene che vada, a una sorta di letteratura grigia.

Eppure, come ricordava un’analisi che Antonio Caronia scrisse sui blog italiani nel 2006:

“sbaglieremmo anche a non cogliere una richiesta, certo inconsapevole spesso, e confusa, di un nuovo “spazio pubblico”, in cui magari a essere in discussione non sono le grandi opzioni di carattere economico, politico e sociale, ma le scelte di vita quotidiana di una generazione sommersa da modelli comportamentali standardizzati e contraddittori, da offerte di merci pletoriche e caotiche.”

Antonio Caronia, “Comunicazione, viralità, contagio nella blogosfera”, (2006)

Ma quello che si potrebbe etichettare come semplice ritorno al privato – il tremendissimo riflusso – potrebbe essere un modo per intrecciare nuovi e più soddisfacenti legami, in un’esplosione di connessioni e di reciprocità – per riprendere le parole di Caronia.

Con il Confuso si è parlato della blogosfera dei primi anni zero e dei suoi geniali dilettanti, della pervasività degli odierni strumenti e della peculiarità del testo scritto, di auto-fiction e autoreferenzialità. Sono saltati fuori anche il primo decalogo dei blog – della Pizia – e un tweet di Dania sul successo.
Nel finale, l’interferenza di Davide Carbonai ha rimesso sul piatto il tema della memoria e della sua fragilità attraverso le parole di Alessandro Barbero in un bellissimo podcast sulla vita di Marc Bloch.
E negli ultimi secondi della puntata, se ci arrivate, c’è il monito di Kurt Vonnegut che da queste parti è come il primo comandamento per i cristiani:

We are here on Earth to fart around. Don’t let anybody tell you different.
“Siamo qui sulla terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti.”

Kurt Vonnegut, “A Man without a Country”, (2005)

Dura un paio di minuti in più rispetto al solito, neanche 23 in tutto: buon ascolto.

Credits

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“C’era una volta la blogosfera” è un podcast ideato, registrato e montato da Strelnik, pubblicato e distribuito sotto una licenza Creative Commons – Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)

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