La prossima settimana

La mia croce sono i calchi.
Lo so che dovrei aspirare a un Avversario più decoroso, e invece, sarà che ormai più che nel mondo delle persone vivo in quello delle parole, il mio cruccio è questo: le espressioni che ricalchiamo da una lingua straniera (anzi la lingua straniera, l’unica da cui sono colonizzate le nostre coscienze), traducendole di peso, alla lettera, e ignorando – magari a bella posta, per darci un tono internazionale – che ne esisterebbero di equivalenti in italiano.
– Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Non sono un traduttore, continuo a vivere più nel mondo delle persone che in quello delle parole. Mi stanno anche discretamente sulle palle la postura e la pratica del grammarnazi e nemmeno io sono un autarchico che condanna chi usa parole inglesi – come specifica Igor, il protagonista del libro di Ferrari nelle righe successive all’incipit citato sopra. L’italianizzazione forzata dei termini stranieri durante il ventennio mi è sembra parsa una trovata cialtronesca, stolida nel suo tentativo di proteggere fieramente la purezza dell’italiano.

Tuttavia, c’è un calco dall’inglese che ha ormai esteso il suo dominio su buona parte di chi usa la lingua italiana che mi manda ai pazzi: quelli che dicono “settimana prossima” invece di “la settimana prossima”.

Quando mi capita di ascoltare o di leggere frasi come «allora ci sentiamo settimana prossima» o «settimana prossima esce un film imperdibile» mi piglia un’uggia nervosa sottopelle che quasi ogni volta mi fa venire in mente l’immagine della mia maestra delle elementari. Un’insegnante bravissima e fondamentale perché per prima mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla lettura e che, quando consegnava i compiti di italiano, ti chiamava vicino a lei alla cattedra e ti spiegava una per una le correzioni. Ecco, ogni volta che incappo in “settimana prossima” quell’immagine subisce una sfocatura profonda mentre una voce grida disperata: «le merendine di quand’ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio non torneranno più!».

Al di là di questo personalissimo effetto nostalgia, sarei proprio curioso di sapere quando e specialmente perché qualcuno ha iniziato a usarla. A volte penso che, oltre all’influenza dell’inglese, uno dei motivi potrebbe essere il calco dell’espressione “lunedì prossimo”. Che è corretta, ma che a me piace ancora di più nella forma “il prossimo lunedì”. Insomma: se ogni lingua cambia secondo le esigenze di chi la usa, quando è nato questo bisogno di finta sinteticità che cerca di far scomparire un articolo che non dà noia a nessuno e, secondo me, dona anche più musicalità?

A volte, a costo di peggiorare il mio non certo oxfordiano inglese, quando in qualche riunione di lavoro c’è da fissare una data o una scadenza, la tentazione di dire: “the next week” invece di “next week” è davvero forte. Così, tanto per rendere bambinescamente la pariglia ai conterranei di Guglielmo Scuotilancia.

Nessuno al posto giusto

Prima di dedicarsi completamente alla musica e alla letteratura, Willy Vlautin ha fatto l’imbianchino per molti anni: senza troppo orgoglio, anzi spesso vergognandosene, non perché fosse un’occupazione manuale, ma perché era il lavoro che faceva uno che usciva con sua cugina, un tipo che non gli piaceva e a cui non aveva nessuna voglia di somigliare. Eppure quell’occupazione è stata quella che ha permesso al futuro scrittore e musicista di comprare una casa a Portland, come testimoniato dalla dedica scelta per il suo sesto romanzo, “La notte arriva sempre”:

Alla Portland che ha permesso a un pittore che si spezzava la schiena a imbiancare case di comprarne una sua.

La dedica, seppure proveniente da un libro diverso, sembra perfetta per introdurre uno dei due personaggi principali del suo ultimo romanzo, “Nessuno al posto giusto”: si chiama Eddie Wilkins, di lavoro fa da sempre l’imbianchino e vive nella piovosa città dell’Oregon dove, a parte una brevissima incursione a New Orleans, si svolge l’intera storia. A essere più precisi, la mappa delle azioni racchiude per la maggior parte il quartiere storicamente operaio di St. Johns, situato nella parte settentrionale di Portland dove Vlautin ha continuato a recarsi per scrivere per oltre dieci anni, assistendo al suo progressivo cambiamento a cause delle sempre più fameliche fauci della gentrificazione. Anche in questa nuova sincera storia working class, le ambientazioni sono luoghi reali, cari a Vlautin perché li ha frequentati: tutti i personaggi vivono e agiscono nel microcosmo che si sviluppa lungo la parte nord di Lombard Street, dove si trovano il supermercato della catena Fred Meyer, il negozio di dischi Vinyl Resting Place, lo Slim’s Restaurant e la sua musica dal vivo e lo storico cinema St. Johns. Oppure in un quartiere più a sud dove si trovava il ristorante Overlook – già rammentato in “La notte arriva sempre” – e chiuso nel 2018 per fare posto a un condominio di lusso.

Rimanendo in tema di luoghi reali, è nella zona industriale della città, al confine settentrionale di St. Jonhs, tra enormi depositi di container e sfasciacarrozze aperti sette giorni su sette che, a mio parere, si svolge una delle scene più struggenti e decisive del libro. È tra queste larghe strade, spesso senza marciapiede, di sera e sotto la solita, impietosa pioggia battente, che pedala il piccolo Russell, su una bicicletta senza luci, accanto a camion, autobus e macchine che gli sfrecciano accanto a novanta all’ora. Otto anni e una corporatura che gliene fa dimostrare ancora meno, Russell è, insieme a Eddie, l’altro protagonista di questa storia di solidarietà tra vicini di casa, oltre che tra generazioni diverse: un rapporto, quello tra Russell e Eddie, a metà tra una profonda amicizia e un affetto padre-figlio che non ha niente di biologico, ma che reca tutti i segni dell’altruismo e dell’umanissma arte del prendersi cura di qualcuno in maniera totalmente disinteressata.

Eddie è un quarantaduenne paziente, ma non sprovveduto, dotato di un senso del dovere e di un’etica del lavoro che però non ha niente a che fare con quella protestante che, da Weber in poi, sappiamo essere uno dei pilastri del capitalismo. Anche se il suo lavorare sei giorni su sette può affibbiargli alcune caratteristiche del workaholic – e forse è uno che si è buttato nel lavoro sia per dimenticare la separazione dalla moglie sia per sopportare un vecchio lutto familiare – Eddie sa godersi la sicurezza che il suo impiego gli dà, può prendersi le sue pause e andare tutti i giorni a pranzo fuori, portando con sé chi lavora con lui. In questo è uguale a Vlautin che lo ribadisce nei ringraziamenti finali del libro quando ammette: «Odiavo pitturare, ma amavo stare con i pittori». E i pittori in qusto caso sono il suo unico, squinternato dipendente – Houston, «un coglione alcolizzato che porta il nome di una delle peggiori città dell’America» dai riccioli argentati e imbrallantinati, poco propenso alla fatica ma provetto cuoco. O il pomposo e logorroico Cordarrel, millantatore di un passato glorioso a Chicago e grande sbafatore di colazioni, ormai in pensione e chiamato al lavoro quando Houston sparisce senza giustificazione per giorni. O anche Donny, l’ultimo arrivato, che abbandona il gruppo punk rock dei Sonic Rampage per fare l’imbianchino e di cui Eddie e Russell si prendono cura, vista la brutta infezione che il tipo si è procurato facendosi estrarre un dente da qualcuno che non ne aveva la minima capacità. Una banda di simpatici antieroi che però, tolti i loro evidentissimi difetti, sono persone affidabili dal punto di vista umano. Houston e Cordarrel, per esempio, fanno rispettivamente da baby-sitter e da guardia del corpo a Russell, quando capita che Eddie non possa occuparsi di lui.

La scrittura magistralmente pulita, empatica, ma mai celebrativa di Vlautin tratteggia le piccole, grandi lotte quotidiane di tutti i suoi personaggi, dai protagonisti alle figure più secondarie: tutti sbagliano, sbarellano, a volte cadono, ma sanno reggere il colpo grazie a una riserva di forze e all’amicizia di chi gli sta intorno. E il discorso vale anche per Connie, la madre di Russell che non riesce a stare dietro ai figli perché lavora di notte come spogliarellista e di giorno dorme. Può valere, in piccola parte, addirittura per Curtis, il fratellastro che tortura piscologicamente e fisicamente Russell: la penna di Vlautin concede, pur evidenziandone il comportamento vile e ingiustificabile, un breve capitolo di pietà anche a lui, quando descrive il suo incontro in mezzo alla strada con la ex fidanzata Yvette che ha messo incinta quando erano appena quindicenni. Sono situazioni più o meno avverse che tutti affrontano testando la propria capacità di reazione, portando alcuni a prendersela con il prossimo e altri a provare a costruire una soluzione più condivisa, sorretta dall’aiuto reciproco e da un senso sincero di comunità. Contando solo sulle proprie forze, così come ricordato nell’esergo scelto dall’autore americano usando le parole di Primo Levi:

Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla.

Vi consiglio di leggere “Nessuno è al posto giusto” appena potete: grazie alla puntuale traduzione di Gianluca Testani, è da poco uscito per Jimenez, la casa editrice che da più di cinque anni sta lodevolmente traducendo e pubblicando in Italia tutta l’opera dello scrittore americano. Nell’ultima pagina trovate anche un link che vi porta alla pagina web dove si può ascoltare la colonna sonora del libro: tredici canzoni appositamente composte dai Delines, la band fondata da Vlautin dopo lo scioglimento dei Richmond Fontaine, che donano all’opera un commento sonoro, leggero o distorto a seconda delle situazioni che Russell e Eddie attraversano.
Come a rassicurarli di non preoccuparsi troppo perché ci sarà sempre qualcuno a preoccuparsi per tutti e due.

La pastorale, la mappa e le crociate

Altri tre link dalle mie ultime letture di cui voglio tenere traccia e conto.

  1. “Pastorale Springsteeniana” – «Nebraska è l’album di Springsteen più amato da quelli che si collocano al di fuori dal novero degli “springsteeniani” di ortodossa osservanza, quello più citato da chi allora bazzicava suoni, mondi e immaginari decisamente meno tradizionalisti e organici (tutto il post-punk plumbeo ed elettronico inglese, ad esempio). Ma cos’era a rendere Nebraska quello strano oggetto che – l’avrete già capito da queste prime righe – a tutti gli effetti era?».
    (di Fabio De Luca | via Quants magazine)
  2. “Una mappa dell’Emilia paranoica” – «Come riassume Bottà, «i CCCP volevano fare dell’Emilia un osservatorio unico sul mondo, fondato in egual misura su una specie di orgoglio locale e sul tentativo di denunciare le contraddizioni della Terza Italia. Giovanni Lindo ha sempre sostenuto che la band poteva nascere solo a Reggio Emilia, “la provincia più filosovietica dell’impero americano”, e nei concerti dal vivo spesso annunciava Emilia paranoica con le parole: “Non a Londra! Non a Berlino! Non a New York! A Fiorano! A Sassuolo! A Scandiano!”».»
    (di Enzo Baruffaldi | via Memoria polaroid – un blog alla radio)
  3. “Insegnare a Cristo come ci si difende” – «È da queste premesse che ha origine il medievalismo, ossia l’idealizzazione della vita e della cultura medievali finalizzata a veicolare messaggi politici, culturali o artistici. Citando Umberto Eco e il suo celebre saggio Dieci modi per sognare il Medioevo, il medievalismo è una sorta di “rabberciamento utilitaristico” dell’Età di Mezzo: “[…] quanto rimane del Medioevo lo si rabbercia e si continua a riutilizzarlo come contenitore, per porvi qualcosa che non potrà mai essere radicalmente diverso di quel che già vi si stava”.».
    (di Chiara Franchi | via Not – Nero Editions)

Io sarò qualcuno

Lo ammetto subito: sono stato in ansia dalla prima all’ultima pagina. Da quando ho capito che Horace Hopper, ventenne mezzo irlandese e mezzo Paiute, ha deciso di lasciare il ranch vicino a Tonopah, Nevada, dei coniugi Reese, suoi affettuosi e sinceri tutori dopo che il padre se n’è andato e la madre lo ha affidato alla nonna – che a sua volta non ha potuto più accudirlo. Da quando ho appreso che il suo primo desiderio era quello di diventare un pugile professionista – o meglio un campione – di quelli messicani «perché i pugili messicani sono i più forti. Lo sanno tutti. Affrontano chiunque. Sono dei veri guerrieri che non si tirano mai indietro, non mollano mai, non hanno mai paura».

La preoccupazione per le sorti di Horace non diminuiscono con il suo arrivo a Tucson in Arizona, ospite della zia, quando incontra quello che diventerà il suo scalcinato allenatore, Alberto Ruiz, un ex pugile incazzoso e dalla tosse assassina, grande consumatore di gomme Nicorette, molto più attaccato ai soldi che alla carriera e all’incolumità del giovane Horace. L’apprensione si attenua un po’ quando, presentandosi come Hector Hidalgo, ottiene un lavoro da gommista da Benny, un messicano di mezza età che mangia molto piccante e scola birre rigorosamente fredde, seduto su divano logoro davanti alla sua officina dall’insegna scritta a mano. Poi ci sono gli incontri di boxe, sia quelli vincenti, sia quelli che lo vedono sconfitto e quelli davvero fanno aumentare l’apprensione perché su quei ring di Las Vegas, Mesa e Monterrey si ha sempre più la consapevolezza che Horace non è un gran pugile, ma un combattente. E per questo c’è un prezzo da pagare.

Questo e altro succede in “Io sarò qualcuno” di Willy Vlautin, tradotto in italiano da Gianluca Testani – in originale si intitola “Don’t Skip Out On Me” ossia “Non abbandonarmi” – che attraverso la tenacia, le fragilità e la ricerca dell’identità del suo personaggio principale ti tiene alle corde dalla prima all’ultima pagina. Un altro romanzo working class, il quinto, ambientato nelle strade ormai sterrate e strette del sogno americano, opera di uno scrittore che, nel suo efficace minimalismo di genuina derivazione steinbeckina e carveriana, sa farti empatizzare con chi nella vita deve saper fare di tutto per non soccombere: deve saper resistere alla fame e alla solitudine, anche facendo il sacrificio di fare a meno degli amati Slayer, Crowbar, Cannibal Corpse e Pantera pur di rimanere concentrato sul proprio obbiettivo e costruirlo, un mattoncino dopo l’altro. Anche a costo d credere a improbabili manuali di auto-aiuto. Quando il libro finisce non sai se incazzarti di brutto e sputare rabbia e bestemmie o se sederti stremato, come fa un pugile alla fine dell’ultimo round, sapendo che le cose sono andate come dovevano andare e rimane solo la notte a cullarti, unico balsamo dopo la canicola dei giorni passati. Arrivato a quel punto, c’è anche un’altra soluzione: si può riavvolgere il nastro della narrazione e, aiutato dalla colonna sonora che Vlautin ha appositamente composto per il libro insieme ai disciolti Richmond Fontaine, riaffrontare i capitoli principali di un giovane uomo che sa picchiare duro, ma che prende troppe botte. Con una musica che sa appoggiarti la mano sulla spalla, per chi sentisse il bisogno di un po’ di conforto o di tirare qualche moccolo in meno.

Qui sotto la soundtrack del libro – via Bandcamp.


Immagine: illustrazione di Nate Beaty per “Don’t Skip Out On Me”.