Il link esterno è stato – e continua a essere – l’unità di base delle connessioni che costuiscono e reggono il Web. Il link è la spinta verso il fuori che anima ogni ipertesto degno di questo nome. È il sentiero che riferisce fonti, rivela approfondimenti, suggerisce punti di vista differenti, invita alla scoperta ragionata o all’esplorazione in serendipty. I motori di ricerca hanno inizialmente adoperato e prosperato sulle spalle del link esterno, facendo della sua presenza uno degli elementi tra i più decisivi per finire nella prima pagina dei risultati. Detta rozzamente: quanto più un sito web era linkato, tanto più aumentava la sua trovabilità sui motori di ricerca. Ha funzionato per diversi decenni. Poi, come scrivono Dana McKay e Damiano Spina in questo articolo su “The Conversation”:
Per circa trenta anni, il World Wide Web si è retto su un contratto sociale di stupefacente profondità: la maggior parte dei siti web era accessibile gratuitamente ai motori di ricerca, ma chi ne utilizzava i contenuti era tenuto a riconoscerne la provenienza inserendo un link alla fonte. Recentemente questo contratto sociale ha iniziato a sbriciolarsi. Gli strumenti di intelligenza artificiale scansionano i siti web non allo scopo di creare collegamenti, quanto per addestrare modelli e generare risposte – più o meno accurate.
Quando fai una ricerca, le risposte di ChatGPT o delle AI Overview di Google possono ancora includere link alle fonti, ma rappresentano una specie di aggiunta facoltativa rispetto alla risposta principale.
È lampanete come Google Overview e ChatGPT vogliano trattenerti sulle loro pagine, ma in questo modo si è innescato un meccanismo che ha visto i siti web perdere una parte consistente del loro traffico portandoli così a bloccare gli strumenti di scraping dell’intelligenza artificiale che rufolavano nei loro contenuti a sbafo. Il risultato è che le intelligenze artificiali finiscono per dipendere fortemente da siti con contenuti di bassa o pessima qualità – spesso generati, a loro volta, dall’intelligenza artificiale stessa.

Questi sono i motori di ricerca e le IA e l’ambientino che stanno allestendo: contenuti creati da macchine letti e analizzati da altre macchine.
Poi c’è la novità, appena entrata in vigore, per cui sulle Pagine Facebook si possono pubblicare un massimo di 2 (due) link gratuiti al mese – nei post organici o nei commenti. Se si vogliono postare più di due link si paga. E nemmeno poco: per portare il limite a otto link, Meta vuole 49,99 dollari al mese mentre per sbloccarne venti ci vogliono 149,99 dollari, sempre al mese. Se, infine, si vogliono link illimitati – come era fino a pochi giorni fa – i dollari da scucire a Zukerberg e soci diventano ben 149,99. La pagina di informazioni del Centro Assistenza di Facebook, dice che «i limiti sui post e sui commenti con link potrebbero non essere applicati a tutte le Pagine», ma a oggi non fornisce nessun criterio né altre informazioni su chi è perché potrebbe essere escluso dalla limitazione.
In questa decisione di Facebook l’insofferenza verso il link esterno è ancora più palese. Con questa nuova limitzione, il link viene ancora una volta declassato a semplice mention/tag, privato della sua funzione principale di collegamento con la totalità del Web e imbrigliato nel ruolo di postino del condominio a tinte blu. L’atteggiamento di fondo sembra del tipo: vuoi davvero deviare un parte del traffico dal mio social verso altri siti? Si può fare, ma c’è da pagare una multa. Se non paghi, come si fa già da anni su Instagram, puoi riepiegare sul semplice e testuale “link in bio”. Quello, per ora, non è a pagamento.
Insomma, il link esterno è sempre più bistrattato. Il suo uso sempre più sminuito e accantonato. L’idea di incoraggiare chi sta leggendo un testo, breve o lungo che sia, a spostarsi in un luogo che non sia all’interno di un giardino recintato oggi sembra essere un’eresia. Pensando a questo isolamento finto-dorato mi sono venute più volte in mente un paio di strofe di “Hotel California”, l’arcinota canzone degli Eagles. La prima è: «We are all just prisoners here / Of our own device» che mi sembra suoni molto contemporanea se si traduce “device” con “dispositivo” e non come “vizio” o “inganno”. La seconda sono le parole finali: «We are programmed to receive / You can check out any time you like / But you can never leave». Ossia: siamo programmati per ricevere. Puoi pagare quando ti va, ma non potrai mai andartene. Questo ai tech-bros gli garberebbe proprio tanto. Il maiale sogna le ghiande. Cos’altro vuoi che sogni?
Immagine di Simon Stålenhag | da “Swedish Machines”.