E poi, e poi

Il Maestrone non c’è più.
Francesco Guccini è morto il 6 agosto nella sua Pavana, concludendo o ridivenendo parte di quel sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Sarebbero troppe le citazioni a cui sono affezionato che vorrei lasciare qui a testimonianza della mia passione giovanile, mai sopita, per quest’uomo e le sue opere. A parte le due righe in corsivo – rubate da “Amerigo” e appena menzionate qui sopra – alla fine mi sento di riportare poche parole che, in un viaggio in Portogallo di più di venti anni fa, canticchiai tra me e me ai piedi del faro di Cabo de São Vicente mentre la persona che poi sarebbe diventata mia moglie condensò in una foto controsole che allora proteggeva la mia privacy e che ora lascia spazio ai versi e all’oceano della “Canzone della bambina portoghese”:

“sentì che era un punto
al limite di un continente;
sentì che era un niente
l’Atlantico immenso di fronte;

e in questo sentiva
qualcosa di grande
che non riusciva a capire
che non poteva intuire”

Il gran rifiuto

C’è qualcuno che abbia colto meglio di Morrissey l’agonia di questa condizione di disoccupazione? L’inutile godimento di rifiutare ciò che era comunque impossibile: «No, non ho mai avuto un lavoro / perché non ne ho mai veramente voluto uno» «No, non ho mai avuto un lavoro perché sono troppo timido»… A volte penso che la posizione politica implicita in quelle poche canzoni dei primi Smiths sia stata una delle più potenti degli anni Ottanta. Cantare «L’Inghilterra è mia e mi deve dare da vivere» in un periodo con tre milioni di disoccupati e lo sciopero dei minatori… Rifiutare il destino maschile dell’operaio fordista giusto nel momento in cui quel destino veniva negato alla classe operaia («No, non possiamo più aggrapparci ai vecchi sogni»)… Rifiutare, cioè, tutte quelle omelie operaie sulla dignità del lavoro… Se esisteva una disforia militante in Morrissey, era qui… e la disforia era assolutamente parte integrante della militanza: l’incapacità come rifiuto. Il fallimento come capacità negativa. Preferisco essere me stesso, infelice e timido, piuttosto che un capitalista di successo e abile nella comunicazione
Mark Fisher, “No I’ve never had a job …” | via k-punk blog

Sono incappato in questo post di Mark Fisher – da me malamente tradotto – seguendo un link che Emanuele Podda ha incluso nel pezzo sui quaranta anni di “The Queen Is Dead” degli Smiths. Ci incappo sempre più spesso in link che mi rimandano al k-punk blog. E non è merito dell’algoritmo perché ci arrivo da luoghi del web liberi – o quasi – dalla sua dittatura: blog, forum, newsletter, siti web, quasi tutto filtrato dai relativi feed RSS. Significa che l’opera di Fisher è ancora viva e pulsante tra le mie letture online preferite. E che certi archivi di blog rimangono estremamente importanti, anche se fermi al diciotto luglio di undici anni fa.


(Immagine: screenshot da k-punk blog | link interno al post)

La pastorale, la mappa e le crociate

Altri tre link dalle mie ultime letture di cui voglio tenere traccia e conto.

  1. “Pastorale Springsteeniana” – «Nebraska è l’album di Springsteen più amato da quelli che si collocano al di fuori dal novero degli “springsteeniani” di ortodossa osservanza, quello più citato da chi allora bazzicava suoni, mondi e immaginari decisamente meno tradizionalisti e organici (tutto il post-punk plumbeo ed elettronico inglese, ad esempio). Ma cos’era a rendere Nebraska quello strano oggetto che – l’avrete già capito da queste prime righe – a tutti gli effetti era?».
    (di Fabio De Luca | via Quants magazine)
  2. “Una mappa dell’Emilia paranoica” – «Come riassume Bottà, «i CCCP volevano fare dell’Emilia un osservatorio unico sul mondo, fondato in egual misura su una specie di orgoglio locale e sul tentativo di denunciare le contraddizioni della Terza Italia. Giovanni Lindo ha sempre sostenuto che la band poteva nascere solo a Reggio Emilia, “la provincia più filosovietica dell’impero americano”, e nei concerti dal vivo spesso annunciava Emilia paranoica con le parole: “Non a Londra! Non a Berlino! Non a New York! A Fiorano! A Sassuolo! A Scandiano!”».»
    (di Enzo Baruffaldi | via Memoria polaroid – un blog alla radio)
  3. “Insegnare a Cristo come ci si difende” – «È da queste premesse che ha origine il medievalismo, ossia l’idealizzazione della vita e della cultura medievali finalizzata a veicolare messaggi politici, culturali o artistici. Citando Umberto Eco e il suo celebre saggio Dieci modi per sognare il Medioevo, il medievalismo è una sorta di “rabberciamento utilitaristico” dell’Età di Mezzo: “[…] quanto rimane del Medioevo lo si rabbercia e si continua a riutilizzarlo come contenitore, per porvi qualcosa che non potrà mai essere radicalmente diverso di quel che già vi si stava”.».
    (di Chiara Franchi | via Not – Nero Editions)

Io sarò qualcuno

Lo ammetto subito: sono stato in ansia dalla prima all’ultima pagina. Da quando ho capito che Horace Hopper, ventenne mezzo irlandese e mezzo Paiute, ha deciso di lasciare il ranch vicino a Tonopah, Nevada, dei coniugi Reese, suoi affettuosi e sinceri tutori dopo che il padre se n’è andato e la madre lo ha affidato alla nonna – che a sua volta non ha potuto più accudirlo. Da quando ho appreso che il suo primo desiderio era quello di diventare un pugile professionista – o meglio un campione – di quelli messicani «perché i pugili messicani sono i più forti. Lo sanno tutti. Affrontano chiunque. Sono dei veri guerrieri che non si tirano mai indietro, non mollano mai, non hanno mai paura».

La preoccupazione per le sorti di Horace non diminuiscono con il suo arrivo a Tucson in Arizona, ospite della zia, quando incontra quello che diventerà il suo scalcinato allenatore, Alberto Ruiz, un ex pugile incazzoso e dalla tosse assassina, grande consumatore di gomme Nicorette, molto più attaccato ai soldi che alla carriera e all’incolumità del giovane Horace. L’apprensione si attenua un po’ quando, presentandosi come Hector Hidalgo, ottiene un lavoro da gommista da Benny, un messicano di mezza età che mangia molto piccante e scola birre rigorosamente fredde, seduto su divano logoro davanti alla sua officina dall’insegna scritta a mano. Poi ci sono gli incontri di boxe, sia quelli vincenti, sia quelli che lo vedono sconfitto e quelli davvero fanno aumentare l’apprensione perché su quei ring di Las Vegas, Mesa e Monterrey si ha sempre più la consapevolezza che Horace non è un gran pugile, ma un combattente. E per questo c’è un prezzo da pagare.

Questo e altro succede in “Io sarò qualcuno” di Willy Vlautin, tradotto in italiano da Gianluca Testani – in originale si intitola “Don’t Skip Out On Me” ossia “Non abbandonarmi” – che attraverso la tenacia, le fragilità e la ricerca dell’identità del suo personaggio principale ti tiene alle corde dalla prima all’ultima pagina. Un altro romanzo working class, il quinto, ambientato nelle strade ormai sterrate e strette del sogno americano, opera di uno scrittore che, nel suo efficace minimalismo di genuina derivazione steinbeckina e carveriana, sa farti empatizzare con chi nella vita deve saper fare di tutto per non soccombere: deve saper resistere alla fame e alla solitudine, anche facendo il sacrificio di fare a meno degli amati Slayer, Crowbar, Cannibal Corpse e Pantera pur di rimanere concentrato sul proprio obbiettivo e costruirlo, un mattoncino dopo l’altro. Anche a costo d credere a improbabili manuali di auto-aiuto. Quando il libro finisce non sai se incazzarti di brutto e sputare rabbia e bestemmie o se sederti stremato, come fa un pugile alla fine dell’ultimo round, sapendo che le cose sono andate come dovevano andare e rimane solo la notte a cullarti, unico balsamo dopo la canicola dei giorni passati. Arrivato a quel punto, c’è anche un’altra soluzione: si può riavvolgere il nastro della narrazione e, aiutato dalla colonna sonora che Vlautin ha appositamente composto per il libro insieme ai disciolti Richmond Fontaine, riaffrontare i capitoli principali di un giovane uomo che sa picchiare duro, ma che prende troppe botte. Con una musica che sa appoggiarti la mano sulla spalla, per chi sentisse il bisogno di un po’ di conforto o di tirare qualche moccolo in meno.

Qui sotto la soundtrack del libro – via Bandcamp.


Immagine: illustrazione di Nate Beaty per “Don’t Skip Out On Me”.