Underground persiano, rock ungherese e accelerazionismo di destra

Altri tre link dalle mie ultime letture di cui voglio tenere traccia e conto.

  1. “L’ultima festa a Teheran: cultura libertaria nell’Iran degli anni Settanta” – La musica, il cinema, la grafica e la poesia nella Teheran degli anni Settanta, dopo il colpo di stato del 1953 e prima dell’avvento della teocrazia di Khomeyni nel 1979. «Un vero e proprio laboratorio d’avanguardia» in cui l’underground non era né una moda né un passatempo, ma un luogo di resistenza culturale: dal rock psichedelico delle cantine della capitale alla grafica acida dei poster, dal cinema che riscopriva le periferie alla poesia che reclamava l’autodeterminazione, specialmente per le donne, fino al gusto estetico della gioventù perché «ogni centimetro di pelle scoperta o ogni riga di eyeliner marcato rappresentava una rivendicazione di spazio individuale contro l’omologazione».
    (di Francesco Ciaponi | via Edizioni del Frisco)
  2. “Gulasch rock e altre prelibatezze” – Un viaggio in Ungheria nell’estate del 1992 per scoprire il gulasch rock e la storia degli Omega «cultissima rock band, nata beat, cresciuta hard, deviata glam e kraut»: cinquanta anni di dischi e concerti in giro per l’Europa, e oltre, fino allo scioglimento nel 2021, dopo essere diventati una sorta di Pooh magiari. Dopo una breve e utilissima ricognizione del rock oltre cortina di ferro, viene descritta anche la loro partecipazione al Rostock Traumfest, l’unico raduno rock avvenuto nella DDR nell’agosto del 1974. Chissà per chi voteranno i membri superstiti degli Omega nelle elezioni di domani.
    (di Filippo Casaccia | via Dziga Cacace’s – newsletter)
  3. “L’accelerazionismo è vivo e lotta contro di noi” – Dal concetto di iperstizione ad opera di «un pugno di giovani studiosi in fissa con la teoria critica e i rave» – il Cybernetic Culture Research Unit dell’Università di Warwick, guidato da Sadie Plant e dove si formò anche Mark Fisher – fino a diventare un’ideologia, nella sua variante di destra, mainstream e concretamente pericolosa. Un’analisi dalla sua nascita quando aveva come fine quello di attuare la «completa sostituzione del lavoro umano da parte degli algoritmi», desiderata da Nick Srnicek e Alex Williams, fino alla sua trasformazione, nella versione illuminata di oscuro di Nick Land, interamente tesa al collasso dello Stato e della democrazia a favore del governo-azienda, in linea con il sogno tirannico e razzista dei tech-bros – oltre che con la sua variante ancora più estremista, quella sub-cultura che fa da base al terrorismo neonazista che ha visto coinvolti minorenni più o meno consapevoli della sua nocività.
    (di Roberto Paura | via Lucy sulla cultura)
Gordon Gekko - Wall Street - film di Oliver Stone

Gordon Gekko è ancora qui

«L’1% più ricco possiede metà dell’intera ricchezza di questo paese. Cinquemila miliardi di dollari. Un terzo proviene dal duro lavoro, due terzi da eredità: interessi sugli interessi che si accumulano per vedove e figli idioti. E da quello che faccio io: speculazioni azionarie e immobiliari. È una stronzata. Il 90% della gente là fuori possiede un patrimonio netto minimo o nullo. Io non creo niente, io possiedo. Noi siamo quelli che fanno le regole, amico. Le notizie, la guerra, la pace, la carestia, i disordini, il prezzo di una graffetta. Noi tiriamo fuori il coniglio dal cappello mentre tutti gli altri se ne stanno lì chiedendosi come diavolo ci siamo riusciti. Ora, non sarai così ingenuo da credere di stare vivendo in una democrazia, vero? È il libero mercato. E tu ne fai parte. Hai quell’istinto da killer. Rimani qui, amico, ho ancora molto da insegnarti».

Queste sono le parole che Gordon Gekko, lo speculatore di “Wall Street” di Oliver Stone, pronuncia per spiegare al giovane Bud Fox come funziona il capitalismo finanziario americano degli anni Ottanta. Mi è capitato di ascoltarlo di nuovo scrivendo dell’ultimo singolo dei Good Riddance, “There’s Still Tonight”, di cui ho scritto su Humans vs Robots. La band californiana da anni ha la sana e utile abitudine di far precedere le proprie canzoni da citazioni prese da film o discorsi e quella di Gekko mi è rimasto particolarmente impressa anche se è stata usata in un loro album del 2019.

Sarà che lo stato della disuguaglianza attualmente negli Stati Uniti rimane sconcertante e se ne ha conferma ascoltando le parole di un video che Bernie Sanders ha pubblicato online, commentando il discorso sull’Unione di Trump:

«Da quando è stato eletto, i miliardari hanno visto aumentare il loro patrimonio di 1.500 miliardi di dollari. Un dato davvero straordinario. Per questo motivo, oggi abbiamo una disuguaglianza di reddito e ricchezza che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Ma mentre i più ricchi se la passano straordinariamente bene, sorpresa-sopresa, ecco cosa Trump non ha detto.
Oggi in America, oltre il 60% della popolazione vive alla giornata, con milioni di americani che faticano a mettere il cibo in tavola, pagare l’affitto, avere un’assistenza sanitaria, l’asilo nido, l’istruzione e le altre necessità primarie. Il 60% della popolazione vive alla giornata».


Immagine: screenshot da “Wall Street Clip – “Democracy?” (1987) | via YouTube

Il lavoro, il sangue e le mappe

Altri tre link dalle mie ultime letture di cui voglio tenere traccia e conto.

  1. “Morti sul lavoro” – A Vienna, pochi giorni fa, viene giù un’impalcatura nel cortile interno di un palazzo di sei piani, travolgendo le persone che stanno lavorando nel cantiere. Non si sa quanti morti ci siano, i pompieri usano anche le unità cinofile per recuperare chi è ancora sotto le macerie. Luigi “Yamunin” Chiarella lavora nel ristorante a pochi passi da dove è accaduta la catastrofe. Sua è la testimonianza di quello che ha visto da dietro le transenne che bloccano l’ingresso, sua la domanda che s’impone di fronte alle attività commerciali che non chiudono mentre i corpi sono ancora lì: «Se non ci ferma neanche questo, dei morti sul lavoro qui accanto, cosa ci ferma? In generale, mi chiedo, cosa deve succedere per fermarsi un momento?»
    (via Yamunin – blog)
  2. “Lou Reed, sangue di ghiaccio” – Il 2 marzo, fosse ancora qui, Lou Reed avrebbe compiuto ottantaquattro anni. Daniela Amenta lo ritrae magnificamente incastonandolo nella dicotomia «del gelo e del fuoco che brucia», ricordandone la liaison con Laurie Anderson e l’amicizia e le botte con David Bowie. Un pezzo di sincera ammirazione e empatia per il cantore del dolore e della fatica della dipendenza che il 14 luglio 2007 all’Anfiteatro romano di Cagliari concluse il suo tour mondiale portando sul palco un’orchestra e un coro di bambini per “Berlin”, il suo concept album del 1973 di fronte a una luna piena «sorella / oggi compunta e avvelenata / dispensatrice di atroci virtù» – per citare le rime di Gian Pietro Lucini.
    (via Le cosette di Amenta – newsletter)
  3. “Mapping Google’s Unmappable City” – Un esperimento e un documentario su North Oaks, in Minnesota, l’unica città di tutti gli Stati Uniti a non essere presente nella Street View di Google Maps. Jason Koebler racconta i tentativi di Chris Parr, documentarista e youtuber, di mappare attraverso un drone le strade di questa enclave di ricchi che, in quanto proprietari anche delle strade della città, non permettono a nessuno né di entrare né di riportare su una mappa il loro luogo di residenza. Una comunità di benestanti – comprendente amministratori delegati e dirigenti di grandi aziende – che ha creato «un’infrastruttura legale e di sorveglianza tale da impedire di essere mappati. […] Mentre il resto di noi, invece, è soggetto a ogni tipo di sorveglianza da parte dei vicini e delle forze dell’ordine».
    (via 404 Media)
Stormo Local Guide | Google Maps

La guida gastronomica degli Stormo

È uscito da poco “Gesti”, singolo degli Stormo, una dei gruppi punk hardcore – o post-hardcore, fate voi – tra i miei preferiti. Ne ho scritto su Humans vs Robots tirando in mezzo niente meno che Giacomo Leopardi e la sua ginestra per concludere un discorso sulle piante e la loro eroica capacità di nascere e svilupparsi in ambienti climaticamente ostili. Una metafora vegetale che il quartetto ha usato anche visivamente sulla copertina dei loro ultimi due album.

Ma quello che voglio appuntarmi qui è una di quelle informazioni laterali che possono risultare utilissime nella vita di tutti i giorni. Gli Stormo sono abituati da anni a macinare chilometri, in Italia e in Europa, per raggiungere i luoghi dei loro concerti. Durante questi spostamenti, si fermano spesso a mangiare in trattorie e ristoranti per camionisti che poi recensiscono su Google Maps, lasciando traccia dei loro pasti e tragitti. A differenza della guida Michelin, nata dai due fondatori dell’omonima azienda di pneumatici per incentivare le persone a muoversi, consumare le gomme così da comprarne di nuove, la guida gastronomica dei nostri è più una sincera testimonianza delle portate che servono per rimettere energie in corpo durante la lunga via del rock. Siccome metà della band è vegana, anche chi mangia solo ciò che non si muoveva da vivo, può usufruirne con godimento.

Personalmente, quando sarò nelle sue vicinanze, voglio fermarmi a La Sosta del Camionista.

Edit: Grazie alla segnalazione via social di Marco Manicardi, si apprende di un’altra rapida guida di alcuni posti dove mangiare quando sei in giro per concerti: le Osterie in tour dei Gazebo Penguins.


Foto: Stormo Local Guide | Ristorante Pizzeria Le Due Fontane | via Google Maps.