Il coro, la resistenza e l’opposto del capitalismo

Rispolverando la vecchia pratica del linklog, oggi soppiantata quasi interamente dalle piattaforme, ecco tre link dalle mie ultime letture di cui voglio tenere traccia e conto.

  1. “Siamo Tutti Antifascisti, e già…” – La storia intorno alla canzone “No Pigs” dei Dr Sure’s Unusual Practice, quando sul palco del Binic Folks Blues Festival il collettivo musicale australiano ha recepito una precisa indicazione fornita in coro dal pubblico presente.
    (di Manuel Graziani – via Manwell blog)
  2. “Bruce Springsteen Crashes Tom Morello Anti-ICE Rally In Minneapolis” – A proposito di concerti, a quello organizzato da Tom Morello a Minneapolis a sorpresa è arrivato anche Bruce Springsteen, unendo le sue forze con chi resiste, con la chitarra o con telefono & fischietto, contro le nefaste azioni dell’ICE.
    (di Redazione Spin – via Spin)
  3. “Hip-Hop is inverse capitalism” – Una riflessione sull’hip hop, sulla sua nascita come forma di autodifesa estetica e politica e come “sintomo del sogno americano ai margini della società” – secondo le parole di Greg Tate, scrittore, produttore e pioniere del giornalismo hip hop.
    (di Fabio Germani – via Mookie – newsletter)

Strade di Minneapolis

Bruce Springsteen ha ultimato “Streets of Minneapolis” in soli tre giorni. Una risposta immediata al “terrore di Stato” in corso a Minneapolis e un atto di solidarietà totale con la città del Minnesota in lotta contro le mortifere e inumane gesta dell’ICE. Riprendendo le parole che Max Zarucchi ha scritto su Humans vs Robots sull’instant song del Boss:

una ballata dura e coraggiosa: nessuna licenza poetica qui, solo nomi, cognomi, date, fatti, sangue e lacrime, sempre mettendoci la faccia, dove l’interpretazione vocale di Springsteen vale tutto il pezzo, con la rabbia mista a dolore e frustrazione che non possono non cedere il passo alla fierezza. Perché non bisogna mollare, non ora. E non solo in America: ovunque.

Oltre a Springsteen, in questi ultimi giorni altri musicisti hanno deciso di non guardare altrove e di schierarsi apertamente dalla parte di chi sta resistendo. Billy Bragg ha dedicato “City of Heroes” al coraggio di chi a Minneapolis rischia la pelle per difendere la propria comunità, Philip Glass ha ritirato la sua sinfonia dal Kennedy Center per protesta contro le politiche di Trump e Tom Morello ha organizzato per stasera “Defend Minnesota” – insieme ai Rise Against, Al Di Meola e a Ike Reilly – concerto benefit il cui ricavato sarà interamente devoluto alle famiglie di Renee Good e Alex Pretti, vittime dell’ICE a Minneapolis.

Per chiudere il post, siccome del testo e delle vicende di “Streets of Minneapolis” voglio tenerne traccia – sia mentale sia su queste pagine – lascio qui di seguito una mia traduzione imperfetta ma sentita.


Strade di Minneapolis

In mezzo al ghiaccio e al freddo dell’inverno
lungo Nicollet Avenue
una città in fiamme combatteva fuoco e ghiaccio
sotto lo stivale di un occupante.
L’esercito privato di re Trump del DHS
le armi agganciate ai cappotti
arrivava a Minneapolis per far rispettare la legge
a sentire loro sarebbe così.
Contro fumo e proiettili di gomma
nelle luci dell’alba
i cittadini si schieravano per la giustizia
le loro voci echeggiavano nella notte.
E c’erano impronte di sangue
laddove avrebbe dovuto esserci pietà
e due morti lasciati morire sulle strade imbiancate
Alex Pretti e Renee Good.

O nostra Minneapolis, sento la tua voce
cantare nella nebbia insanguinata
ci schiereremo con questa terra
e con lo straniero in mezzo a noi.
Qui in casa nostra hanno ammazzato e vagato
nell’inverno del ’26
ricorderemo i nomi di chi è morto
nelle strade di Minneapolis.

Gli sgherri federali di Trump lo hanno pestato
sul volto e sul petto
poi abbiamo sentito gli spari
e Alex Pretti giaceva nella neve morto.
Hanno detto che era “legittima difesa, signore”
non credere ai tuoi occhi
sono il nostro sangue e le nostre ossa
e questi fischietti e questi telefoni
contro le sporche menzogne di Miller e Noem.

O nostra Minneapolis, sento la tua voce
piangere nella nebbia insanguinata
ricorderemo i nomi di chi è morto
nelle strade di Minneapolis.

Ora dicono di essere qui per far rispettare la legge
ma calpestano i nostri diritti
se la tua pelle è nera o marrone, amico mio
possono interrogarti o deportarti al volo.

Nei cori “Fuori ICE ora”
resistono il cuore e l’anima della nostra città
tra vetri rotti e lacrime di sangue
nelle strade di Minneapolis.

O nostra Minneapolis, sento la tua voce
cantare attraverso la nebbia insanguinata
Qui in casa nostra hanno ammazzato e vagato
nell’inverno del ’26
Ci schiereremo con questa terra
e con lo straniero in mezzo a noi.
Ricorderemo i nomi di chi è morto
nelle strade di Minneapolis.


(Screenshot da Bruce Springsteen – Streets Of Minneapolis (Official Lyric Video) | via YouTube)

Appalachia Mon Amour

È da un paio di anni che ogni volta che entro in una libreria insieme a mia moglie e mio figlio, vengo interrogato da entrambi con uno sguardo che sottointende lo stesso messaggio: “Mica prenderai ancora qualche libro degli scrittori degli Appalachi?”. E ottanta – diciamo anche novanta – volte su cento va a finire proprio così.

Non è questo il momento di spiegare i motivi che mi hanno portato a appassionarmi alla storia e alla letteratura di questa terra, quello che voglio qui sottolineare è come questa attrazione sia permeata e si sia depositata così a fondo nelle mie passioni culturali tanto da entrare, inconsapevolmente o meno, in molte delle cose che scrivo, online e non.

Ultimi due esempi concreti sono le due tracce della “Bonus Tracks: 30 canzoni sul lato B del nostro 2025” uscita oggi su Humans vs Robots: due canzoni uscite nel 2025 che hanno a che fare con l’Appalachia. La prima in maniera tangente perché tira in ballo Knoxville, la città nel Tennessee in cui si sono formati i New Brutalism e in cui ha passato l’adolescenza Cormac McCarthy usando quelle ambientazioni appalachiane nei suoi primi romanzi – “Il buio fuori”, “Il guardiano del frutteto” e il bellissimo “Suttree”. La seconda in modo molto più diretto perché i Vile Mind sono un gruppo che suona dichiaratamente Appalachian hardcore e che arriva da Huntington, nel West Virginia, l’unico stato interamente compreso nella regione appalachiana, epicentro di quella crisi degli oppioidi che ha falcidiato generazioni già provate dal declino industriale, dalla bassa scolarità e dallo sfruttamento – ambientale e umano – subito per decenni dall’Appalachia.

Non so quanto nel nuovo anno, ormai prossimo, scriverò su questo blog, ma è certo che quando lo farò uno degli argomenti più toccati sarà quello della letteratura e della storia dell’Appalachia. Così chi vuole ne capirà meglio il perché. Me compreso.


Immagine: “Miners starting home after work” – West Virginia | Foto di Marion Post Wolcott | via Photogrammar

Le strade del Lower East Side ieri e oggi

La Musica… La Musica…
Dov’era la Musica?
Nei salotti lustrati da servi venerati
Nei concerti segreti dai segreti merletti
Nei templi invecchiati da ricordi sfottuti
È là che appassisce la Musica, è là che abortisce la Musica…
Noi… nelle strade la vogliamo la Musica.
E ci verrà
E l’avremo la Musica
(Léo Ferré, Muss es sein, es muss sein)

Quando ho sentito la prima volta questa canzone di Leo Ferré avevo sedici-diciassette anni eppure l’incipit mi è rimasto in mente, come un chiodo ben piantato nella corteccia cerebrale, fino a oggi. Credo siano state queste parole a influenzarmi, inconsciamente o meno, e a far rivolgere le mie prime attenzioni di ascoltatore verso il punk e le sub-culture che nascevano dalla strada. Perché è lì, nel basso dei bassi e dei bassifondi, che nascono le cose più interessanti. Dal deandreiano «dal letame nascono i fiori» agli imperatori romani che, opportunamente travestiti, se ne andavano a fare bagordi nelle notti della Suburra. Da Fëdor Dostoevskij che a tutte le creature provate dal destino e dalla malasorte rivolgeva la sua attenzione e che doveva parte della sua grandezza all’aver passato «più tempo in celle, campi di lavoro e in esilio che studi, biblioteche e aule universitarie» al Marchese del Grillo che, col fido Ricciotto, frequentava bische e truffatori nella Roma papalina. Di esempi simili ce ne sono quanti ne volete: da Bobo Rondelli che alla preoccupazione della mamma che lo ammoniva a non uscire perché «la notte sono fuori solo i ladri e le puttane» – e lui rispondeva: “Appunto mamma, esco” – alle periferie romane agognate dalla borghesia del contagio di Walter Siti. Dal «Senti, ragà, fatte ‘n’esperienza de vita, mettite ne’ guai, vivite la strada!”» consigliata al laureato Pietro Sermonti in “Smetto quando voglio” al più celebre «Robbè… tu devi uscire, ti devi salvare, Robbè, t’hanno chiuso dint’ a stu museo, tu devi uscire, va mmiezzz ‘a strada, tocc ‘e femmen’, va a arrubbà, fa chello che vuo’ tu!» in una delle rarissime volte – come Totò di fronte alla carta bianca del generale nazista – in cui Massimo Troisi dice una parolaccia.

Ho pensato a tutto questo guardando poche settimane fa alcuni video sui quartieri della New York degli anni Ottanta, quegli ambienti sovraffollati e estremamente pericolosi in cui è nata la scena punk hardcore delal Grande Mela. Volevo avere la testimonianza visiva di quello che diceva Roger Miret, una delle colonne degli Agnostic Front, quando descriveva la città di quegli anni come bombardata e in effetti sembra proprio così. Miret nel Lower East Side e Vinnie Stigma nel Bronx, prima che quei quartieri fosser ripuliti e gentrificati, ci sono cresciuti, tra ladri, spacciatori, criminali, minori fuggiti da famiglie sbriciolate – e se vi interessa come i due cantano sinceramente dello stare in mezzo alla strada ancora oggi, a quaranta anni di distanza, date una lettura alla recensione di “Matter of Life & Death” che mi ha pubblicato Humans vs Robots o trovate il modo di vedere sia “The Godfathers of hardcore sia “Wired for Chaos”, il documentario sulla vita spericolata di Harley Flanagan, bassista e poi cantante dei Cro-Mags, tanto per rimanere nel suono NYHC.

Tutta questa esaltazione degli ambienti pericolosi e marci, con tanto di link e citazioni, dovrebbe farmi stare tranquillo se capitasse che mio figlio tra qualche anno iniziasse a frequentarli: col cazzo. Perché qui scatta uno di quei meccanismi che Immanuel Kant descrive nella “Critica del giudizio” quando dice che è possibile rimanere affascinati dal sublime scaturito dalla devastazione che si lasciano dietro terremoti e uragani solo se questi sono passati e si è in un punto di osservazione sicuro. E così so bene che mi toccherà fare il padre rompicoglioni che chiede con chi esci, dove andate e a che ora ritornate. Realizzando che, nonostante le sincere e gastriche preoccupazioni per le situazioni che potrebbero capitargli, mi gireranno un po’ le palle perché sarà molto più difficile che possano capitare a me.


Immagine: screenshot da “Late 1980s New York Lower East Side, 4K” | via Kinolibrary.