Una battaglia dopo l’altra

Prima di vedere il film di Paul Thomas Anderson, sapevo soltanto che era ispirato a “Vineland” di Thomas Pynchon e, di conseguenza, mi aspettavo l’inizio in un mattino d’estate del 1984 con Zoyd Wheeler alle prese con l’annuale, insano gesto che, dopo aver chiamato giornalisti e televisioni come testimoni, gli avrebbe permesso di rinnovare il sussidio d’invalidità mentale. Ma invece della malfamata locanda del Cucumber Lounge e del solito salto con sfondamento di una vetrata di zucchero, la prime immagini di “Una battaglia dopo l’altra” ti portano da tutt’altra parte. E in un altro tempo, molto più vicino al nostro.

Ti portano sempre in California, ma non a Vineland, la cittadina immaginata da Pynchon, bensì ai confini con il Messico, nei pressi del centro di detenzione di Otay Mesa – che esiste davvero – dove alcuni membri dell’organizzazione rivoluzionaria chiamata French 75 stanno organizzando un’azione con il fine di liberare duecento immigrati lì rinchiusi. Le note di pianoforte e di synth della scena d’apertura sono di Jonny Greenwood dei Radiohead, autore di una colonna sonora che palpita nervosa dall’inizio alla fine, accompagnando sia i momenti adrenalici delle fughe e degli inseguimenti sia quelli più statici e gravi.

Senza svelare nient’altro della trama, della regia e del montaggio – tutti premiati con l’Oscar nell’edizione di quest’anno – voglio solo soffermarmi sulla figura del protagonista maschile, interpretato da un efficace quanto ben remunerato Leonardo DiCaprio, che qui risponde al nome di Pat Calhoun, ma vanta anche soprannomi come “Ghetto Pat” e “Rocketman”. Quest’ultimo appellativo, secondo me, inquadra subito il suo ruolo sia all’interno del film sia della sua vita perché è colui che, nella prima scena, è investito del compito di usare i fuochi artificiali per creare un diversivo, distrarre il nemico mentre altre persone stanno effettuando azioni più pericolose e in primo piano. Poi, quando Pat diventa padre, mette da parte le sue attività rivoluzionarie per dedicarsi interamente alla figlia mentre la compagna Perfidia “Beverly Hills” – la Frenesi Gates del romanzo di Pynchon – continua la sua battaglia. Pat non proviene da una famiglia di rivoluzionari, cosa che gli viene fatta pesare dalla suocera, non ha il physique du rôle del guerrillero e cade dai palazzi durante un inseguimento che presuppone abilità da praticante di parkour. Pat si dimentica le password per poter parlare con i suoi ex-compagni della French 75, si sfonda di canne e alcol e passa la maggior parte del tempo sdraiato sul divano a riguardare film come “La battaglia di Algeri”. Ma non si tira indietro e mette a rischio la sua vita quando, coperto da una lebowskiana vestaglia che non si toglie più, si alza, fugge e corre per salvare sua figlia.

Pat Calhoun è tutti noi, svogliati e disillusi attivisti in semi-pensione, schifati dalla realtà e indeboliti dalle sconfitte, ma mai completamente domati. Quando, dopo un inseguimento mozzafiato tra macchine che attualizza in modalità saliscendi quelli di William Friedkin, lo senti rispondere alla frase: «Green Acres, Beverly Hillbillies e Hooterville Junction» ti verrebbe da abbracciarlo, sussurrandogli all’orecchio le parole di Baudelaire: mon semblable, – mon frère!


Immagine: screenshot da “One Battle After Another – Official Trailer” | via YouTube

Come fosse il 23 dicembre

Il 22 dicembre il giovane poeta Juan García Madero, camminando senza meta nel sole mattutino, era passato da un paio di librerie e, entrato nella seconda, aveva sentito un grido provenire dal retrobottega. Lì aveva trovato Ulises Lima e Arturo Belano. I due avevano alzato la testa dal tavolo su cui stavano consultando un vecchio catalogo. Per la prima volta gli erano sembrati davvero stupiti. Accanto a loro doña Rebeca fissava il soffitto. Era stata lei, la libraia cieca, a gridare. Non di paura, ma di sorpresa.

Il giorno seguente, il giovane poeta Juan García Madero annota sul suo diario – cito:

23 dicembre
Oggi non è successo niente. E se è successo qualcosa è meglio non parlarne, perché non l’ho capito.
Roberto Bolaño, “I detective selvaggi”| pag. 135

Era da un po’ che volevo utilizzare questa citazione dal libro di Bolaño. Oggi non è il 23 dicembre, ma va bene lo stesso perché le parole del giovane Juan García Madero ora mi servono per fornire un alibi di spessore al ritmo randagio di questo blog, alle sue parole non scritte, alle posizioni non prese, ai suoi scopi donchisciotteschi e bislacchi. Al fatto che molti accadimenti – sia della mia vita privata sia di carattere più collettivo – che in questo ultimo anno tempestoso hanno fortemente influenzato i miei pensieri e le mie azioni, non abbiano fatto scattare la molla dello scriverne di più e meglio qui sopra. Uno dei motivi potrebbe essere, molto semplicemente, che non ho capito che cosa è successo. Dura da ammettere, ma potrebbe essere così. Oppure, come mi ha riferito sibillinamente qualcuno, suggerendomi di vedere al più presto l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, perché «non esisterà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra». E di questo, anche rischiando di andare incontro a nuove sconfitte, bisogna tenere conto e traccia perché altro al momento non abbiamo.


(Immagine: fotomontaggio mio da originali: 1. jaxsnelling via DeviantArt | 2. Minima et Moralia)