La linea politica ora

Il traballante consiglio di fabbrica del mio cervello ha trovato una sintesi che esprime alla meno peggio la mia personalissima posizione e linea politica di questi ultimi anni.

Il consiglio di fabbrica del mio cervello è attualmente composto dall’ala dura e pura dei neuroni della memoria comunarda e da una frangia riformista vicina a certe sinapsi già in odore di socialdemocrazia.
Nella seduta di stanotte è stato votato all’unanimità, e quindi adottato come manifesto politico, il testo scritto dai Propagandhi per il loro singolo “No Longer Young”“Non più giovani”.

Detto brano – prontamente tradotto dalla commissione Esteri del consiglio – così dice:

Non seguirmi, non chiedermi dove sto andando.
Cade la notte, cambiano le stagioni e il tempo è freddo.

Potrebbe sembrare che mi sia perso. Sono solo qui fuori a cercare,
a rinfocolare lo spirito che avevo, ad andare avanti, non indietro.

La vita è in bilico, a questo punto che resta da dire?
Moriremo in un mondo ancora in guerra. Ci abbiamo provato davvero?

Potrebbe sembrare che mi sia perso. Sono solo qui fuori a cercare,
a rinfocolare lo spirito che avevo, ad andare avanti, non indietro.

Ho aspettato così a lungo, abbiamo aspettato così a lungo.
Non siamo più giovani.

Mi dispiace, amico mio, speravo di rivederti. Non ci sono eccezioni, tutti ritorniamo alla polvere.
Certo, siamo invisibili per la maggior parte del tempo. Ti terrò nei ricordi, ma è meglio dimenticarci col tempo.
Ho aspettato così a lungo, abbiamo aspettato così a lungo, non siamo più giovani.

Potrebbe sembrare che mi sia perso. Sono solo qui fuori a cercare,
a rinfocolare lo spirito che avevo, ad andare avanti, non indietro.

Ecco, questo siamo, questo per ora vogliamo.

Diritti? Quali diritti?

Mi faccia capire bene, dice, lei, mi sta chiedendo di dimostrare che il mio comportamento non è sedizioso? Proprio così, signor Stack. Ma come faccio a dimostrare che il mio comportamento non è sedizioso quando sto semplicemente facendo il mio mestiere di sindacalista, esercitando un diritto sancito dalla Costituzione? Dipende da lei, signor Stack, a meno che noi non decidiamo che c’è bisogno di ulteriori indagini, nel qual caso non dipenderà più da lei e la decisione spetterà a noi. Larry si ritrova in piedi accanto alla sedia, le nocche premute contro il tavolo. Quello che legge sul volto del suo interlocutore è la sua forza di volontà, e capisce di essere stato portato lì per essere spezzato proprio da quella forza, che non è altro che la conferma di un assoluto che ha il potere di trasformare un sì in un no e un no in un sì. Voglio mettere bene in chiaro una cosa, dice, il ministro verrà informato in proposito e ci saranno delle conseguenze: non potete minacciare un sindacalista di lungo corso per fargli smettere di fare il suo mestiere, gli insegnanti di questo paese hanno il diritto di negoziare migliori condizioni di lavoro e di impegnarsi in azioni pacifiche che non hanno niente a che vedere con questa cosiddetta crisi che lo Stato starebbe affrontando, e ora, se non vi dispiace, me ne torno a casa.

Larry ritornerà a casa e due giorni dopo dopo parteciperà, insieme a centinaia di insegnanti, a una manifestazione di protesta pacifica per le strade di Dublino. I manifestanti verranno caricati, selvaggiamente manganellati e storditi dai gas lacrimogeni. Larry, insieme a molti altri, verrà arrestato e di lui la moglie Eilish non saprà più niente, mentre l’Irlanda, come finita sotto un cielo straniero, scivolerà nella guerra civile.
La forza e la determinazione di Eilish saranno l’unica àncora di salvezza per i quattro figli e il vecchio padre che vive in un quartiere lontano dal suo: mentre le strade si riempiono di soldati e cibo e elettricità svaniscono, Eilish cerca di conservare una razionalità e un’umanità – di lavoro fa la scienziata – mentre sperimenta progressivamente le privazioni e la violenza di una nazione che vede il proprio sistema democratico crollare miseramente. Nel finale ci sono un paio di capitoli che avendo a che fare con la tortura e l’arresto di un figlio mi hanno fatto stare visceralmente male, ma non vi dico altro se non che questa citazione proviene da “Il canto del profeta”, un romanzo distopico uscito nemmeno due anni fa; l’autore è Paul Lynch che con questo libro ha vinto il Booker Prize.

L’ho letto l’anno scorso e mi è venuto in mente leggendo un post pubblicato pochi giorni fa su Valigia Blu: “Il Ddl sicurezza del governo italiano mette a repentaglio diritti fondamentali”. L’ha scritto Chiara Cera, coordinatrice della comunicazioni di Human Rights Watch: quando potete, leggetelo.
E poi leggete anche il libro di Lynch: non c’è nessun rischio di guerra civile in Italia in questo inizio 2025, ma ce n’è uno, enorme, di scambiare i propri diritti fondamentali per una sicurezza che non si ottiene né si garantisce con la repressione.

(Immagine di kr428 | via Flickr)

Con tanti saluti all’etica

Da ieri Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America. È stato rieletto nonostante sia stato condannato per abusi sessuali e diffamazione e nonostante non sia stato condannato – solo perché ha vinto le elezioni – per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill del 6 Gennaio 2021. La sua vittoria, a novembre dell’anno scorso, ha dietro di sé una sfilza di nonostante lunga e triste che non gli ha impedito di ritornare alla Casa Bianca, ma che per alcuni aspetti l’ha addirittura aiutato.


A me Trump è risultato sempre insopportabile anche in tempi pre-politici: fin da “The Apprentice” e da quel “You’re fired!” (“Sei licenziato!”) circolato così tanto sulla Rete da aver creato generatori automatici di meme con la sua foto tratta dal reality show pronta per essere personalizzata in millemila varianti.
Non sono mai riuscito a sopportare come si potesse provare ammirazione o rimanere affascinati da uno che, anche solo per sceneggiatura, mostrava in maniera così esplicita l’arroganza e la prepotenza del padrone che, sotto la copertina leggera della meritocrazia, si libera come e quando vuole di chi non gli va a genio o interferisce in qualche modo con il piglio volitivo che gli imprenditori come lui si sentono in dovere di portare avanti sempre, basandosi sul loro istinto e sulla loro innata positività, anche quando la situazione prevederebbe analisi più accurate e una maggiore dose di razionalità.
Emblematica in questo senso la frase con cui ieri Trump ha iniziato il suo primo discorso inaugurale: “L’età dell’oro dell’America inizia adesso”. Sono parole che ricordano l’ottimismo ingenuo e gli spiriti animali di cui scriveva John Maynard Keynes nel 1936 quando, in “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, descriveva l’importanza di quell’insieme di emozioni istintive e del comportamento umorale che stanno alla base delle decisioni sia degli esseri umani sia degli imprenditori. Da ricordare che Keynes lo annoverava tra i fattori che portarono al crollo di Wall Street e alla Grande Depressione del 1929. Ma Trump parla di Golden Age.

Più pericoloso e viscido di Trump però in queste ultime settimane ho considerato chi, già prima dell’insediamento ufficiale, si è recato da lui per omaggiarne la figura, finanziarne le attività e perorare la propria causa, o meglio il proprio tornaconto. Sono i tech bros che delle regole e delle leggi provano a farsi beffe tutti i giorni, che cambiano le loro policy aziendali solo per fare sempre più profitti, che se ne sbattono altamente dell’interesse generale. Sono i padroni del vapore, uomini potentissimi e tra i più ricchi del mondo che non hanno nessuna remora a dimostrarsi servili o a servirsi del potere politico di turno al solo scopo di aumentare i loro già enormi patrimoni. Chiedono di intervenire – è il caso di Zuckerberg – su leggi e regolamenti che diminuirebbero i guadagni delle loro imprese o di non regolamentare settori come l’intelligenza artificiale e le criptovalute, dove “molti di loro hanno fatto investimenti personali e aziendali importanti”. Sono tra quelli che da anni stanno portando avanti la lotta di classe e stanno vincendo a mani basse – per citare Warren Buffett che, in un’intervista al New York Times nel 2006, disse chiaramente: “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”

Mi rircordavo, a questo proposito, di un libro che, per me, è stato illuminante: è uno degli ultimi libri di Luciano Gallino, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, uscito per Laterza nel 2012. È un’intervista, a cura di Paola Borgna, al sociologo che purtroppo sarebbe scomparso tre anni dopo.
Una delle domande che Borgna rivolge a Gallino è se oggi ritiene davvero possibile immaginare un’impresa che, invece di massimizzare il valore per gli azionisti, si adoperi per ottimizzare le condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti.
Luciano Gallino risponde così:

“L’impresa fa in generale quello che il quadro legislativo e normativo le permette di fare, oppure la incentiva a fare. Intendiamoci: in non pochi casi si muove anche al di là, o al di sotto, del quadro legislativo-normativo, come dimostrano le vicende giudiziarie che hanno coinvolto grandi imprese, nel nostro paese come in altri. Si pensi, tra gli altri, ai recenti processi Thyssen e Eternit. Resta il fatto che, nell’insieme, pure le imprese che rispettano la legge e hanno di fronte un quadro legislativo che attiene al governo dell’impresa, ai diritti dei lavoratori, alla salute e alla sicurezza sui posti di lavoro, oppure all’ambiente, fanno sovente il possibile per sfruttare fino ai margini ultimi, e magari un poco oltre, quel quadro normativo. Tanto meglio, poi, se lo stesso quadro viene indebolito dal legislatore.
[…]
Il principio che tutto sovrasta, e che ha visto illustri economisti adoperarsi per svilupparlo, si può così sintetizzare: un manager ha il dovere di interessarsi unicamente agli azionisti, assumendoli a riferimento primario del governo dell’impresa.”

Nella parte finale della risposta Gallino affronta l’avvincente questione dei codici etici di comportamento delle imprese, gran numero dei quali si può leggere sul Web.

Il punto è che non c’è quasi impresa quotata italiana o straniera che non pubblichi un proprio codice etico e comportamentale: una costellazione di buone intenzioni tra le quali, in genere, spicca uno dei primi articoli, in cui si ribadisce che la missione primaria di quell’impresa risiede nel massimizzare il valore per gli azionisti. Sarà forse una nuova versione dell’analisi weberiana secondo la quale l’imprenditore si batte per far soldi, però non per amore di questi, bensì per scoprire se rientra tra i predestinati alla vita celeste; come qui c’entri l’etica, però, non è chiaro. D’accordo: un poco più avanti, negli stessi documenti, si legge quasi sempre che bisogna trattare dignitosamente i dipendenti. Ma nel fondo si constata come, pur nei codici che dovrebbero esprimere al meglio l’impegno morale delle imprese, un solo soggetto predomina in modo affatto esplicito, ed esso è sempre costituito dai proprietari-azionisti. I quali nella gran maggioranza sono investitori istituzionali, o proprietari di grandi patrimoni, i cui interessi devono essere anteposti per principio a quelli di ogni altro soggetto – dipendenti, fornitori, comunità locale – toccato dall’attività dell’impresa.
Questo è un aspetto della lotta di classe che passa attraverso la competitività e l’esercizio concreto della responsabilità (o irresponsabilità) sociale d’impresa. Infatti gli azionisti che detengono migliaia di titoli, siano essi enti finanziari o individui, sono espressione della classe dominante; mentre i dipendenti, come pure i fornitori e tutti gli altri soggetti che non fanno parte del gruppo degli azionisti, rientrano nella classe operaia o nella classe media. In quanto tali, sono soggetti che non sembrano meritare alcuna particolare considerazione da parte dell’impresa.
Ciò è stato teorizzato nell’ambito delle scienze economiche, ma è anche permesso dal quadro legislativo nei diversi settori in cui un’impresa deve muoversi.

Forse siamo già di fronte a quello che Karl Polanyi decriveva in questi termini:

Dopo l’abolizione della sfera politica democratica resta solo la vita economica; il capitalismo organizzato nei diversi settori diventa l’intera società. Questa è la soluzione fascista.

Vedere Elon Musk che sfodera un saluto neonazi all’insediamento di Trump potrebbe esserne una delle prime immagini più pacchiane?
Non lo so, ma occhi aperti, ora più che mai.

(Immagine still-frame da “Lavoro amano armata”)

Seminare distruzione

Succedono cose inquietanti e impensabili fino a pochi anni fa: come Elon Musk, l’uomo pù ricco del pianeta, che intervista Alice Weidel, co-presidente del partito tedesco di estrema destra AfD sul suo personalissmo social, ormai megafono e strumento di influenza nella politica americana e intrusione in quella internazionale.

Durante l’intervista il padrone di X ha rivolto a Weidel una domanda sul passato nazista della Germania e sul fatto che il suo partito sia descritto come di estrema destra. Lei non si è limitata a dire che AfD sarebbe un partito conservatore e libertario, ma ha aggiunto che Adolf Hitler era di sinistra e non di destra, adducendo come spiegazione la forte spesa statale per il riarmo della nazione e un’economia pianificata. E che la parola chiave per i nazisti era socialista e non la parola nazionale che ritenevano opportuno mettere davanti quando si definivano. Insomma: secondo Weidel, Hitler era un comunista antisemita mentre il suo partito sarebbe l’opposto.

Siamo al delirio. E le parole che avrei usato per descrivere i tempi e le dinamiche che viviamo non avrebbero mai avuto la forza e la pregnanza di quelle che invece leggerete qui sotto e per cui ringrazio Cinema et politique che le ha postate su Bluesky.
Si tratta di un estratto da un’intervista a Arnaud des Pallières per il suo film “Drancy Avenir”:

Borges ha detto che il nostro futuro è certo perché nessuno può agire su di esso, ma che il nostro passato è incerto perché è facile modificarlo. Divertente paradosso, ma se pensiamo all’impresa negazionista, la frase di Borges diventa più chiara.
Il nostro futuro contiene il seme della distruzione del passato.

Se volete, Deutsche Well ha pubblicato un’importante operazione di live fact-checking dell’intervista a Weidel sul proprio sito.
Il Germania il 23 febbraio si terranno le elezioni politiche e Musk continua nelle sue X-ingerenze nel tentativo di far vincere Afd: stavolta la diretta dell’intervista, nonostante i 210 milioni di follower di Musk, è stata seguita da circa duecentomila persone. Speriamo siano sempre meno e che i semi secchino presto.