Ancora sulla scrittura e le AI

Ma cosa succede quanto questa scrittura è sempre più prodotta dalle macchine e ci diventa, in qualche modo, estranea? Che cosa significa questo per la nostra relazione con la scrittura e con la realtà, per l’accesso alla conoscenza, per la nostra capacità di pensare e dire (scrivere) il mondo?

Un post di Roberto Laghi pubblicato su Giap che sembra perfetto per le riflessioni riguardo alle AI che sulle pagine di questo blog si stanno avvicendando in questi utimi giorni. Il consiglio è di leggerlo per intero perché colmo di spunti e argomentazioni più che interessanti: dalla produzione automatizzata della scrittura alla crescente rabbia nei confronti delle intelligenze artificiali e di ciò che stanno concretamente comportando nel mondo reale e nelle nostre sinapsi, dalla non neutralità della tecnologia al suo uso nell’industria bellica. Fino agli strumenti e alle modalità che possiamo adottare per contrastare quel determinismo tecnologico che, attraverso il marketing, vorrebbe convincerci che non ci resta altro che adattarci.
Col cazzo che ci adattiamo.

Postilla autocritica: ho da alcuni mesi “Scritture digitali” di Roberto Laghi nella pila delle mie letture, ma siccome sono in uno di quei periodi in cui ho bisogno visceralmente di leggere solo opere di fiction, non sono andato oltre le prime trenta pagine del suo libro. Me ne scuso con l’autore che apprezzo per la meritoria attività che svolge nel mondo digitale e altrove: presto uscirò dai miei pur beneamati romanzi degli scrittori degli Appalachi – e ultimamente anche di quelli di Willy Vlautin – e tornerò a immergermi nelle opere di saggistica centrate sul contemporaneo. Per quel poco che il mio contributo potrà portare.

Edit – 27 aprile 2026: ancora su intelligenza artificiale, tecnofascismi e autorialità, Roberto Laghi è stato intervistato da Loredana Lipperini nel suo programma settimanale su Radio 3, “Trenta minuti”. Da ascoltare per le tante, interessanti riflessioni, a partire da quelle sull’inquietante manifesto che Palantir ha pubblicato online pochi giorni fa.


Foto: “Audio Book” | The Preiser Project | via Flickr

Rallentare subito, rallentare tutti

Il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nei lavori di tipo creativo sta assumendo i contorni di un confronto tra due schieramenti sempre più lontani e diffidenti tra loro. Apocalittici contro integrati in salsa social ossia thread su Facebook che assomigliano sempre più a scambi di opinioni progressivamente sempre più accese e divergenti. Sto parlando dell’Italia e di persone che conosco e apprezzo per la loro capacità di ragionamento da molti anni. Tra le questioni principali ci sono sia la disoccupazione che l’impiego delle AI generative provoca anche nelle professioni da white collar, sia il ruolo della fatica che qualsiasi lavoro intellettuale comporta e che con l’uso delle AI verrebbe significativamente mitigata.

Mi sono deciso a scrivere di questo argomento dopo aver letto questo post di Loredana Lipperini che riporta alcuni estratti dall’articolo che lo scrittore Colson Whitehead ha pubblicato sul New York Times, decrivendo lo scontro ideologico in atto negli Stati Uniti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Così scrive Lipperini, riassumendo la posizione dell’autore de “La ferrovia sotterranea ” e di “Manifesto criminale” (libri entrambi bellissimi, secondo il mio umilissimo parere):

«Quello che scrive Whitehead, comunque, coincide esattamente con quel che penso, per pochissimo che possa valere: in soldoni, fate come caspita vi pare. Volete usarla? Fatelo. Ma se volete anche fare proseliti in ambito artistico, permettete agli altri di non essere d’accordo».

Lo dico chiaramente, e chi legge questo blog credo lo abbia già capito da tempo: tra i due schieramenti il sottoscritto è decisamente più vicino a Lipperini e Whitehead. Ma, allo stesso tempo, continuano a interessarmi anche le riflessioni, le pratiche e le critiche che arrivano dal campo avverso – penso a Alberto Puliafito, Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, per rammentarne solo alcuni che conosco e stimo da molti anni. Per non rinunciare aprioristicamente a sentire entrambe le campane occcorrerebbe recuperare quel terreno franco, quella terra di nessuno dove il confronto potrebbe avvenire senza bollarsi a vicenda di invasati tecno-entusiasti o di testardi misonesisti – e ho indorato molto la pillola perché i termini usciti negli scontri online sono stati e continuano a essere meno gentili.

Come fare non lo so, ma un piccolo presentimento forse ce l’ho: rallentiamo tutti e tutte. Troviamo il modo di mettere in atto una sorta di moratoria, come quella che ha proposto Bernie Sanders sulla costruzione di nuovi data center per le intelligenze artificiali. Il senatore statunitense non è contrario per principio al loro utilizzo, ma vuole che il frutto di questa nuova tecnologia, oltre a non essere devastante per l’ambiente, serva prima di tutto a non arricchire ulteriormente di potere e di quattrini i soliti miliardari, provocando allo stesso tempo la perdita di milioni di posti di lavoro. Allo stesso modo, potremmo trovare il tempo per sospendere momentanemante gli alterchi: da una parte smettendo di abbracciare, seppure con sincero entusiasmo, ogni nuova release di Claude, Perplexity o ChatGPT per scandagliarne le potenzialità e divulgarne l’uso e dall’altra provando a vedere se nelle possibilità offerte dalle intelligenze artificiali possa esistere quella di aiutare il processo creativo senza che venga indebolito il contributo della imprescindibile scintilla umana che ne sta alla base. Perché ciò accada bisognerebbe uscire dai binari accelerati dal continuo contrasto tra queste due scuole di pensiero. Fermarci per qualche tempo e tornare a pensare, senza accusarsi a vicenda di circolettismo o di incoscienza e evitando di arrivare a scontri verbali sempre più violenti. E permettendo – come ricordava Whitehead – di dissentire anche aspramente, anche se questa avversità può ricordare il lato migliore del tecnoluddismo.

Non so se sia possibile, magari è più facile e anche utile dividersi definitivamente in due fazioni, aumentare il fossato assolutista che le separa e vedere, nei prossimi anni, chi la spunterà. Sono sicuro che non si arriverà mai, nel contesto della scrittura creativa, a menare le mani. Dove invece le cose – al di fuori del processo creativo e allargando il campo a quello dell’applicazione delle AI all’intero mercato del lavoro – si stanno facendo sempre più dure è negli Stati Uniti. Oltre allo scontro ideologico ce n’è un altro ben più concreto: negli ultimi giorni, l’abitazione diSam Altman e quella di un consigliere comunale sono state attaccate a colpi di molotov e di pistolettate. Così ci informa Brian Merchant in “Why the AI backlash has turned violent” dove nella parte finale scrive:

«Aziende come Amazon, Block, Duolingo e Meta stanno licenziando decine di migliaia di lavoratori, adducendo come motivazione l’intelligenza artificiale. Ci viene detto che l’AI un giorno potrebbe curare il cancro; fantastico, ma anche se ci credessimo, chi potrà permettersi la cura?»

Traslando l’analogia in campo letterario, si potrebbe dire che ci viene detto che con l’AI un giorno tutti saranno scrittori, ma anche se ci credessimo, chi avrà voglia di leggere senza farsi fare un riassunto?

(rileggendo prima di premere il tasto “Pubblica”, mi sono accorto di quanto sia permeato di un afflato conciliante tutto il post. Fossimo stati in un questa diatriba vent’anni fa, con molta probabilità, mi sarei tuffato a capofittocome Inosuke di “Demon Slayer” – in una delle due posizioni, cercando di aumentare l’intensità del conflitto per vedere soccombere l’avversario il prima possibile. Può darsi che questa attitudine riformista da terza via – pur avendo schifato e schifando ancora oggi Tony Blair per i colossali danni che ha fatto alla sinistra – dipenda dall’età, ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta. O forse dal fatto che sto toccando con mano una di quelle situazioni in cui mi sembra dolorosamente di poter dire: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche…»)

Come fosse il 23 dicembre

Il 22 dicembre il giovane poeta Juan García Madero, camminando senza meta nel sole mattutino, era passato da un paio di librerie e, entrato nella seconda, aveva sentito un grido provenire dal retrobottega. Lì aveva trovato Ulises Lima e Arturo Belano. I due avevano alzato la testa dal tavolo su cui stavano consultando un vecchio catalogo. Per la prima volta gli erano sembrati davvero stupiti. Accanto a loro doña Rebeca fissava il soffitto. Era stata lei, la libraia cieca, a gridare. Non di paura, ma di sorpresa.

Il giorno seguente, il giovane poeta Juan García Madero annota sul suo diario – cito:

23 dicembre
Oggi non è successo niente. E se è successo qualcosa è meglio non parlarne, perché non l’ho capito.
Roberto Bolaño, “I detective selvaggi”| pag. 135

Era da un po’ che volevo utilizzare questa citazione dal libro di Bolaño. Oggi non è il 23 dicembre, ma va bene lo stesso perché le parole del giovane Juan García Madero ora mi servono per fornire un alibi di spessore al ritmo randagio di questo blog, alle sue parole non scritte, alle posizioni non prese, ai suoi scopi donchisciotteschi e bislacchi. Al fatto che molti accadimenti – sia della mia vita privata sia di carattere più collettivo – che in questo ultimo anno tempestoso hanno fortemente influenzato i miei pensieri e le mie azioni, non abbiano fatto scattare la molla dello scriverne di più e meglio qui sopra. Uno dei motivi potrebbe essere, molto semplicemente, che non ho capito che cosa è successo. Dura da ammettere, ma potrebbe essere così. Oppure, come mi ha riferito sibillinamente qualcuno, suggerendomi di vedere al più presto l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, perché «non esisterà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra». E di questo, anche rischiando di andare incontro a nuove sconfitte, bisogna tenere conto e traccia perché altro al momento non abbiamo.


(Immagine: fotomontaggio mio da originali: 1. jaxsnelling via DeviantArt | 2. Minima et Moralia)


Non scrittura, mondo movie e corpi della palude

Per la categoria “Veni, vidi, scripsi” – nuova, improbabile rubrica di questo blog – ecco tre video scelti tra quelli che più mi sono piaciuti in queste ultime settimane di visioni sul Web. Gli argomenti sono i soliti tre che mi appassionano da sempre: letteratura, cinema e musica.
I link ai video sono quelli con lo sfondo nero

Partiamo dalla letteratura.
Emanuela Cocco ha creato una rassegna che si chiama “Contemporanei”: sul suo canale “Scrivere di notte” invita autori contemporanei a raccontarci come hanno scritto il loro libro. Luciano Funetta – uno tra gli scrittori più interessanti dei nostri giorni – accetta l’invito e ne approfitta per parlarci della non scrittura in 15 minuti di appuntite riflessioni su conflitto, ostilità e silenzio. Lo fa attraverso le sue parole e citazioni da Elias Canetti, Susan Sontag, Franco Cordelli e Gérard de Nerval.
Ne trascrivo un breve estratto:

La durata è qualcosa di sovratemporale. Cioè che ha delle coordinate temporali, ma non solo. Per cui una scrittura che possiede una durata è una scrittura in grado di muoversi in più direzioni contemporaneamente. Il che la rende difficile a scriversi. E quasi impossibile da inseguire.
Questi momenti di non scrittura, questi momenti in cui la scrittura si interrompe, si prende una pausa da se stessa e quindi dalla sua stessa esistenza, dal flusso delle cose, sono solitamente dei momenti molto privati che chi scrive tende a non voler condividere e hanno a che fare con il segreto, sono una zona ostile. La non scrittura è una zona ostile della scrittura. E sono anche spaventosi sicuramente. Ma è proprio in questi momenti che la scrittura ingaggia le sue battaglie più decisive.

Passando al cinema, ci spostiamo sul canale “Cinéma et politique”, uno tra i migliori sulla settima arte di tutta YouTube: la sua talentuosa creatrice, Clémentine Meyer, ha appena pubblicato “Le MONDO : le monde à travers une lentille réactionnaire”, un’analisi dettagliata e coinvolgente del filone dei mondo movie.
Venti minuti che indagano, grazie a un originale sguardo critico e a una preziosa dote di fonti – le trovate nella descrizione del video – quella serie di documentari shock che uscirono in Italia a partire dagli anni ’60 e che, attraverso un ejzenstejnano montaggio delle attrazioni – mescolando assurdo, violenza grottesca e una massiccia dose di rappresentazione reazionaria, maschilista e razzista della realtà – influirono sull’immaginario collettivo del pubblico italiano in pieno boom economico.
Traduco e trascrivo un estratto:

Attraverso questa estetica simile al collage, quello che “Mondo cane” ci offre è una visione frammentata del mondo, ma da questi frammenti Gualtiero Iacopetti non ricava una narrazione coerente. L’unico fil rouge che riesce a trovare per connettere tra loro le mmagini è quello di un’umanità bizzarra che solo l’ironia sembra riuscire a cogliere. È per questo che nel film l’umanità tende a deformarsi sotto le sembianze del grottesco, fino ad assumere i tratti di una galleria di nuovi mostri, al limite dell’allucinatorio.
Nel secondo dopoguerra il grottesco fu uno dei linguaggi espressivi preferiti dal cinema italiano perché era quello più capace di esprimere il sentimento di rottura provocato da un’Italia e da un mondo in cambiamento, sotto l’effetto del processo di modernizzazione.

Concludendo in musica, si approda sul canale dei Viagra Boys, dove è appena uscito “The Bog Body”, terzo singolo del gruppo svedese, estratto dal disco in uscita il 25 di aprile. Sestetto da sempre avverso, a partire dal nome, a machismi e conformismi, conferma la sua folle indole in questo video diretto da Eoin Glaister dove un cadavere femminile, uscito mummificato da una palude – una mummia di palude, appunto – ricopre la parte di principale protagonista.
La ritroviamo in un pub e nella sala di registrazione del gruppo a ballare e a suonare sui riff post-punk e a baciarsi e a fare foto di scena con Sebastian Murphy, voce e fondatore dei ragazzi della pillola blu. La presa in giro delle apparenze e dell’ossessione dei corpi è totale, così come della gelosia e del fascino a tutti i costi.
Traduco l’incipit del testo della canzone:

Da non crederci.
Hanno trovato un corpo sepolto sotto il ghiaccio.
È in perfette condizioni.
I suoi capelli e le sue unghie sembrano davvero belli.
Come mai sei arrabbiato, credi che sia una minaccia per te?
Non posso farci niente se sono impressionato dal fatto che non abbia nulla a che fare con te.
Sei consumato dalla gelosia,
Sei completamente ossessionato dal
corpo della palude.

Tre video per un totale di nemmeno quaranta minuti: guardateli, quando potete, e se ci trovate delle assonanze e dei collegamenti, ne sono ancora più contento.