La gratuità del Web e il governo dell’AI

La risposta alla domanda del post precedente me la sono cercata da solo. E l’ho trovata in una lettera che Tim Berners-Lee ha scritto al Guardian pochi giorni fa. Siccome mi fido molto della persona che ha inventato e ci ha regalato – meglio scriverlo un’altra volta: ci ha regalato, visto che è anche il titolo che gli ha dato giustamente il Guardian – il World Wide Web, ne riporto alcuni estratti qui sotto, traducendoli al volo:

Ora siamo a un nuovo bivio, in cui dobbiamo decidere se l’intelligenza artificiale verrà utilizzata per il miglioramento o a detrimento della società. Come possiamo imparare dagli errori del passato? Prima di tutto, dobbiamo assicurarci che i decisori politici non finiscano per giocare alla stessa partita decennale di rincorsa ai social media. Il momento di decidere il modello di governance per l’intelligenza artificiale è arrivato ieri, quindi dobbiamo agire con urgenza.
[…]
Nel 2017 ho scritto un esperimento mentale su un’IA che lavora per te. L’ho chiamata Charlie. Charlie lavora per te proprio come il tuo medico o il tuo avvocato, vincolato da leggi, regolamenti e codici di comortamento. Perché non si possono adottare gli stessi quadri normativi per l’IA? Abbiamo imparato dai social media che il potere risiede nei monopoli che controllano e raccolgono dati personali. Non possiamo permettere che la stessa cosa accada con l’IA.
[…]
È difficile immaginare una grande azienda tecnologica che accetti di condividere il World Wide Web senza ritorni economici, come invece fece il CERN [con il World Wide Web]. Ecco perché abbiamo bisogno di un ente no-profit come il CERN che promuova la ricerca internazionale sull’intelligenza artificiale.

Da queste parole potrebbe finire la disperazione del non sapere cosa fare e potrebbe iniziare una tattica, come ha scritto anni fa Raoul Vaneigem, frase ripresa in un famoso murales di Banksy per il movimento di Extinction Rebellion che metto come immagine di sprone per questo post.

Come due Brawl Stars

Lo leggo sul live-blog del Guardian, faccio uno screenshot e rileggo lo screenshot: Donald Trump ha detto che potrebbe essere meglio permettere alla Russia e all’Ucraina di combattere per un po’ prima di intervenire.

“Lo vedi nell’hockey, lo vedi negli sport,” ha detto Trump durante l’incontro di oggi con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Lasciateli andare per un paio di secondi”.

Trump prima ha definito la guerra un “bagno di sangue” per poi paragonare il conflitto al tentativo di separare due bambini che stanno litigando.

“A volte vedi due bambini che stanno litigando di brutto. Si odiano, si stanno picchiando in un parco e tu provi a dividerli. Ma loro non vogliono essere divisi. A volte è meglio lasciarli litigare per un po’ e poi provare a separarli.”

Trump, nello Studio Ovale, in un colloquio ufficiale con il primo ministro tedesco, ha spiegato la politica estera con le regole non scritte dello street-fighting e della baruffa tra bambini. E ha confermato a Merz di averlo detto in una telefonata anche a Putin: ha paragonato le due nazioni [Russia e Ucraina] a “two young children fighting like crazy in a park”. Lo stesso Trump che dichiarava che, una volta eletto presidente, avrebbe risolto la guerra tra Russia e Ucraina in ventiquattro ore. Guerra che invece va avanti da quasi 1.200 giorni. Però lasciateli bombardare ancora un po’.

Durante l’incontro con Merz, oltre a queste perle di arte militare e psicologia infantile, Trump si dice anche deluso da Elon Musk che ha appena lasciato il suo incarico di Doge alla Casa Bianca e ha definito la riforma fiscale di Trump “un disgustoso abominio”.
Trump invece l’ha chiamata “Big, Beautiful Bill” questa legge che aiuta i ricchi e danneggia i poveri, appesantendo, nello stesso tempo, il deficit degli Stati Uniti di migliaia di miliardi. Il “King of Debt” fa spudoratamente i suoi interessi e quelli della sua classe, ma cancella gli sgravi fiscali per le auto elettriche.

Poco dopo le parole di Trump su Musk, la situazione precipita: tra i due parte un lungo, turbolento botta e risposta online che al momento in cui scrivo è ancora in atto e ha il suo apice nel padrone di SpaceX chiedere l’impeachment del presidente in carica.
Un’escalation in diretta, ognuno postando dal proprio social: un duello fatto di scambi sempre più fitti e toni esplicitamente minacciosi. Per dirne due: contro Musk la sospensione dei contratti e dei sussidi statali e contro Trump l’accusa di essere negli Epstein files. Una sorta di diss track sincopata e incattivita – chissà se e quanto preparata, insinuano alcuni commentatori.

Che sia o meno una kayfabe, questa faida online tra l’uomo più ricco del mondo e il presidente della nazione più potente mi ricorda – questo sì – due bambini che litigano al parco. Anzi, due bambini che litigano in un parco dentro a un videogioco, in una live con migliaia di spettatori, condivisioni e like. Come due starlette della rissa. Come due Brawl Stars.

(Edit | 6 Giugno ore 13.05: per i filologi del web, Axios ha riscostruito in un’unica timeline lo scontro tra Musk e Trump sulle due piattaforme padronali)

(Immagini delle schede via Brawl Time Ninja | 1 | 2)

Dall’eruzione di Pompei alla peste nera: ancora sulla storia animata dalle AI

In raccordo di continuità con il post precedente, un altro esempio di come viene usata la tecnologia per raccontare la storia: siamo ancora dalle parti dei video interamente prodotti da intelligenze artificiali generative e diffusi su TikTok e YouTube.

Nelle ultime settimane su TikTok stanno ottenendo milioni di visualizzazioni alcuni video realizzati interamente con l’intelligenza artificiale che riproducono ambientazioni e situazioni storiche del passato: tra i più visti ci sono quelli realizzati da The POV Lab e Time Traveller POV – per chi, come me, non usa TikTok i sopracitati link puntano ai rispettivi profili YouTube.

I titoli dei video spiegano già tutto: per citarne due, “POV: You’re a kid in Egypt 1250 years before Christ” o “POV: You wake up in 1351 During the Black Plague”.
Si tratta di video in stile POV (Point of view): per capirci, il punto di vista è lo stesso dei videogiochi sparatutto in prima persona o di quella categoria del porno in cui uno dei o delle performer regge direttamente la videocamera – e non fate finta di non sapere di cosa si tratta. Come spiegazione potrei anche citare il gonzo journalism di Hunter Stockton Thompson o la soggettiva nel linguaggio cinematografico, ma poi mi dicono che questo blog è troppo elitario* e allora vi bastino i primi due esempi e, anzi, per rimanere più sulla cultura di Internet contemporanea, vi lascio come riferimento anche l’apposita categoria dei meme.
La durata dei video varia dai trenta secondi al minuto, il formato ideale per essere diffusi prima di tutto su TikTok e poi nella categoria “Shorts” di YouTube: ovvio che con minutaggi di questo genere, il loro scopo principale non può essere quello dell’approfondimento, quanto piuttosto quello emotivo.
Yasmin Rufo della BBC ha sentito sia i creatori sia alcuni storici, evidenziando i pro e i contro che questo approccio comporta.

Tra gli storici intervistati la critica a questa tipologia di video è rivolta alle inesattezze e gli errori presenti nella rappresentazione visiva delle scene e, pur ammettendo che questo tipo di contenuti possono essere utii per stimolare e incuriosire le persone a interessarsi a un periodo storico, hanno sottolineato come le ricostruzioni storiche dovrebbero basarsi su ricerche approfondite e fonti verificabili.
Tra le critiche mosse anche quella di non fornire nessuna fonte – un appunto sulla trasparenza delle fonti che avevo già evidenziato nel post precedente sul video dedicato alla memoria dei soldati neri nella guerra civile americana. Hogne, il ventisettenne norvegese creatore dei video di Time Traveller POV, ha ammesso che nei prossimi video potrebbe prendere in considerazione l’aggiunta dei link delle fonti da cui ha ottenuto le sue informazioni. Speriamo.

Tre miniature dei video dalla home del canale YouTube di The POV Lab

Altra considerazione è quella che, nonostante i video abbiano l’etichetta di contenuti creati da AI – come assicura Dan, il creatore inglese di POV Lab – leggendo i commenti, si osserva come ci siano persone non consapevoli di questo. Che questo dipenda dalla poca attenzione richiesta dalla fruizione dei contenuti TikTok o dalla pigrizia di chi guarda, non è comunque una critica campata in aria. L’attendibilità e la verifica delle fonti non sembra essere in cima alla lista di chi passa da un video a un altro, completamente diverso, nel giro di meno di pochi minuti: l’infinite scrolling promosso dalle piattaforme produce anche questo effetto, non è una novità e non finirà presto.
La storica dell’architettura Amy Boyington, molto attiva nella diffusione della storia attraverso i social media, spiega come l’aspetto suggestivo e sensazionale prevalga su quello dell’accuratezza storica e sintetizza così la sua analisi: “Sembra qualcosa uscito da un videogioco perché mostra un mondo che dovrebbe sembrare reale ma che in realtà è falso.”

Ora, visto che è stato menzionato, sarebbe da parlare di come si possa studiare e approfondire la storia attraverso un videogioco, ma lo faccio la prossima volta perché il post è già abbastanza lungo e non vi voglio certo stancare le pupille o sfiancare le sinapsi. O non voglio che il mio critico misterioso possa rincarare la sua dose e tacciarmi ancora di più di elitarismo culturale.


* chi me lo ha detto per ora non voglio rivelarlo, ma proviene da una fonte insospettabile e non so ancora quanto affidabile.

(Immagine di testa: frame dai video dei due canali YouTube già linkati nel post)

Il flâneur, i condomini e i siti web

Riuscite a ricordare l’ultima volta che avete navigato da un sito web all’altro, senza passare da social network o motori di ricerca, ma semplicemente balzando di link in link?
Chi se lo ricorda, e chi ancora lo fa, sa bene che così ha l’opportunità di incontrare interfacce molto diverse: si può passare da quelle minimali con sfondo rigorosamente bianco a quelle barocche, zeppe di banner, gif animate e immagini, da siti formati da una sola pagina a blog striati dalle classiche colonne laterali, destre o sinistre che siano. Si transita da siti bellissimi a siti sinceramente brutti, da long-form curatissimi a laconici post di poche righe di testo. Questo navigare il Web è un po’ come il vagabondare da un quartiere all’altro di una grande città. I nostri occhi incontrano una varietà estetica che a volte può anche disorientare, come il flâneur che si immerge nel corpo della metropoli: può somigliare a una sorta di vagabondaggio in zone libere dal design della persuasione, senza l’ossessione del commento o dell’interazione a tutti i costi, ozioso e privo di fretta come “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi” – per citare Baudelaire.
E questa varietà di ipertesti è resa possibile dal fatto che ognuno di questi siti web è stato creato da una persona diversa: dal nerd intrippato col web design allo scrittore online che non desidera altro che una spazio da formattare con un carattere e un’interlinea più simili che si può alla pagina di un libro.

Avere un proprio sito personale – blog, portfolio o semplice pagina bio che sia – permette di non essere alla mercé di una piattaforma che da un momento all’altro può decidere di cambiare radicalmente la sua policy, di cedere i tuoi dati a terzi o di vendere tutto e chiudere baracca e burattini. E avere un proprio sito web non è un’azione difficile e costosissima. Anche non comprando un dominio e un hosting proprio, ci sono strumenti che ti permettono di pubblicare i tuoi contenuti senza per questo cederli a qualcuno che può farci cosa vuole in qualsiasi momento. Anche la creazione dei contenuti ormai, grazie a backend sempre più intuitivi e semplici, non presuppone più nessuna conoscenza dell’html: si scrive e si pubblica qualcosa così come si scrive un normalissimo documento di testo, con l’unica differenza che alla fine si preme il tasto “Pubblica”.

Avevo in mente da un po’ di scrivere un post di questo genere, ma l’avevo sempre rimandato sia per evitare di evocare qualsiasi nostalgia del Web 1.0: perché non c’è niente da rimpiangere – le età dell’oro non sono mai esistite, nella società come nel calcio o nel Web – e c’è solo e sempre da ragionare e agire. Quello che mi ha spinto a scriverlo è stato questo post di Gita Jackson intitolato “For The Love of God, Make Your Own Website” in cui si ricorda come i social media abbiano cancellato la necessità di creare un sito web per esprimersi online.
In una panoramica che parte dall’avvento delle prime pagine di MySpace fino all’arrivo di Musk, l’autrice sottolinea il fatto di come sia chiaro che i miliardari della tecnologia sanno che possedendo i mezzi di comunicazione, si gestisce l’intero spettacolo. Traduco e riporto qui sotto uno dei paragrafi finali del suo post perché mi sembra un’ottima sintesi di quali potrebbero essere le azioni di intraprendere per costruire un’alternativa al paesaggio oggi dominante:

“Costruire i nostri siti web, creare media indipendenti e impegnarci per social network più democratici: credo che queste siano alcune piccole ma cruciali cose che abbiamo bisogno di fare per creare alternative a quegli ecosistemi tecnologici monopolistici, posseduti da miliardari, ogni giorno più autoritari, che attualmente dominano le nostre vite” – mi ha detto Brian Merchant, autore di Blood in the Machine.
[…]
Per me, possedere un mio sito web, anche se lo gestisco come un’attività commerciale con i miei amici, mi dà un grado di libertà sul mio lavoro che non avevo mai avuto prima.

Qui si sta decisamente dalla sua parte e si scrive e si pubblica perché altri e altre si uniscano progressivamente a questa parte di Web stufa di condomini tutti uguali, di proprietà di un solo padrone. Un’uniformità ipertestuale dove è quasi impossibile distinguere la propria homepage da quella di milioni di altre e dove potrebbe capitare di entrare nel profilo di qualcun altro scambiandolo per il proprio – come succedeva a uno dei protagonisti di “Ironia del destino, ovvero Buona sauna!” che, ancora ubriaco dopo la notte di Capodanno, entrava in un palazzo a Leningrado identico – ha addirittura le stesse chiavi – al suo a Mosca.

Non è un’ode all’individualismo, ma forse il suo contrario.

(Immagine di Georges Fraipont “Paris, Flaneurs at la Madeleine” | via Artvee)