Per Lynette e Diane

Lynette ha trent’anni e fa due lavori, ma non bastano. Per comprarsi una casa nella Portland massacrata dalla gentrificazione, deve trovare altri introiti. Così si ritrova in certe officine malsane, tra tossici che respirano benzina spruzzata su una mascherina cercando di forzare una cassaforte. Oppure, come fa già una sua collega nel bar dove lavora, è costretta a vendere il suo corpo a ricchi promotori finanziari stanchi delle loro famiglie o a agiati informatici ventottenni, perversi e egoisti nelle loro dimore ristrutturate da architetti all’ultima moda. Lynette ha un fratello con gravi disabilità mentali, un padre alcolista che se ne è andato e ora lavora sfruttando gli immigrati del Salvador e una madre che fuma troppo e spende i tutti i suoi risparmi perché vuole una macchina nuova.

Diane è bloccata fuori da Tijuana in Messico, dove passa il muro che divide gli Stati Uniti dal resto dell’America. Ha una sessantina di dollari in tasca, i suoi denti non sono in buone condizioni e ha un occhio nero. Adesso è lì, ai margini di una delle città più pericolose al mondo, e sono un lontano ricordo i giorni in cui suonava il clarinetto nella banda e adorava guardare film francesi. Ora è schiava del Dilaudid, come migliaia di altre persone, rese dipendenti da un farmaco che ingrassa le case farmaceutiche o sostenta appena chi lo spaccia per strada.

Lynette e Diane sono due personaggi usciti dalla penna di Willy Vlautin, ispirati dalle dure esistenze della classe lavoratrice americana. Quella che dalle tronfie dichiarazioni e dai millantati proclami di prosperità dell’attuale governo è esclusa. Quella che cerca di sopravvivere ai prezzi delle abitazioni sempre più alti, alla sanità sempre più inaccessabile, a indebitamenti sempre meno solvibili. Sempre più a rischio di precipitare nell’indigenza da working-poor, ormai lontana anni luce dal sogno americano.

Lynette è la protagonista di “La notte arriva sempre” – pubblicato in Italia da Jimenez grazie alla traduzione di Gianluca Testani – mentre Diane è al centro delle strofe di “Dilaudid Diane”, il singolo tratto da “The Setup” dei Delines, l’ultimo disco della band in cui Willy Vlautin, da tredici anni in qua, scrive i testi, suona la chitarra e canta, unendo la sua voce a quella dalle profonde sfumature di Amy Boone. Della canzone ne ho scritto su Humans vs. Robots in questo post su “una ballata per chi si è perso e non può tornare”.

Del libro ne scriverò a breve, ma mi piacerebbe farne anche un video per una vecchia idea che non ho mai tempo – o forse voglia – di principiare. Intanto, se volete, leggete i libri di Willy Valutin, non ve ne pentirete.


Foto da “Portland, Oregon: Displacement by design” | via National Community Reinvestment Coalition.