Nessuno al posto giusto

Prima di dedicarsi completamente alla musica e alla letteratura, Willy Vlautin ha fatto l’imbianchino per molti anni: senza troppo orgoglio, anzi spesso vergognandosene, non perché fosse un’occupazione manuale, ma perché era il lavoro che faceva uno che usciva con sua cugina, un tipo che non gli piaceva e a cui non aveva nessuna voglia di somigliare. Eppure quell’occupazione è stata quella che ha permesso al futuro scrittore e musicista di comprare una casa a Portland, come testimoniato dalla dedica scelta per il suo sesto romanzo, “La notte arriva sempre”:

Alla Portland che ha permesso a un pittore che si spezzava la schiena a imbiancare case di comprarne una sua.

La dedica, seppure proveniente da un libro diverso, sembra perfetta per introdurre uno dei due personaggi principali del suo ultimo romanzo, “Nessuno al posto giusto”: si chiama Eddie Wilkins, di lavoro fa da sempre l’imbianchino e vive nella piovosa città dell’Oregon dove, a parte una brevissima incursione a New Orleans, si svolge l’intera storia. A essere più precisi, la mappa delle azioni racchiude per la maggior parte il quartiere storicamente operaio di St. Johns, situato nella parte settentrionale di Portland dove Vlautin ha continuato a recarsi per scrivere per oltre dieci anni, assistendo al suo progressivo cambiamento a cause delle sempre più fameliche fauci della gentrificazione. Anche in questa nuova sincera storia working class, le ambientazioni sono luoghi reali, cari a Vlautin perché li ha frequentati: tutti i personaggi vivono e agiscono nel microcosmo che si sviluppa lungo la parte nord di Lombard Street, dove si trovano il supermercato della catena Fred Meyer, il negozio di dischi Vinyl Resting Place, lo Slim’s Restaurant e la sua musica dal vivo e lo storico cinema St. Johns. Oppure in un quartiere più a sud dove si trovava il ristorante Overlook – già rammentato in “La notte arriva sempre” – e chiuso nel 2018 per fare posto a un condominio di lusso.

Rimanendo in tema di luoghi reali, è nella zona industriale della città, al confine settentrionale di St. Jonhs, tra enormi depositi di container e sfasciacarrozze aperti sette giorni su sette che, a mio parere, si svolge una delle scene più struggenti e decisive del libro. È tra queste larghe strade, spesso senza marciapiede, di sera e sotto la solita, impietosa pioggia battente, che pedala il piccolo Russell, su una bicicletta senza luci, accanto a camion, autobus e macchine che gli sfrecciano accanto a novanta all’ora. Otto anni e una corporatura che gliene fa dimostrare ancora meno, Russell è, insieme a Eddie, l’altro protagonista di questa storia di solidarietà tra vicini di casa, oltre che tra generazioni diverse: un rapporto, quello tra Russell e Eddie, a metà tra una profonda amicizia e un affetto padre-figlio che non ha niente di biologico, ma che reca tutti i segni dell’altruismo e dell’umanissma arte del prendersi cura di qualcuno in maniera totalmente disinteressata.

Eddie è un quarantaduenne paziente, ma non sprovveduto, dotato di un senso del dovere e di un’etica del lavoro che però non ha niente a che fare con quella protestante che, da Weber in poi, sappiamo essere uno dei pilastri del capitalismo. Anche se il suo lavorare sei giorni su sette può affibbiargli alcune caratteristiche del workaholic – e forse è uno che si è buttato nel lavoro sia per dimenticare la separazione dalla moglie sia per sopportare un vecchio lutto familiare – Eddie sa godersi la sicurezza che il suo impiego gli dà, può prendersi le sue pause e andare tutti i giorni a pranzo fuori, portando con sé chi lavora con lui. In questo è uguale a Vlautin che lo ribadisce nei ringraziamenti finali del libro quando ammette: «Odiavo pitturare, ma amavo stare con i pittori». E i pittori in qusto caso sono il suo unico, squinternato dipendente – Houston, «un coglione alcolizzato che porta il nome di una delle peggiori città dell’America» dai riccioli argentati e imbrallantinati, poco propenso alla fatica ma provetto cuoco. O il pomposo e logorroico Cordarrel, millantatore di un passato glorioso a Chicago e grande sbafatore di colazioni, ormai in pensione e chiamato al lavoro quando Houston sparisce senza giustificazione per giorni. O anche Donny, l’ultimo arrivato, che abbandona il gruppo punk rock dei Sonic Rampage per fare l’imbianchino e di cui Eddie e Russell si prendono cura, vista la brutta infezione che il tipo si è procurato facendosi estrarre un dente da qualcuno che non ne aveva la minima capacità. Una banda di simpatici antieroi che però, tolti i loro evidentissimi difetti, sono persone affidabili dal punto di vista umano. Houston e Cordarrel, per esempio, fanno rispettivamente da baby-sitter e da guardia del corpo a Russell, quando capita che Eddie non possa occuparsi di lui.

La scrittura magistralmente pulita, empatica, ma mai celebrativa di Vlautin tratteggia le piccole, grandi lotte quotidiane di tutti i suoi personaggi, dai protagonisti alle figure più secondarie: tutti sbagliano, sbarellano, a volte cadono, ma sanno reggere il colpo grazie a una riserva di forze e all’amicizia di chi gli sta intorno. E il discorso vale anche per Connie, la madre di Russell che non riesce a stare dietro ai figli perché lavora di notte come spogliarellista e di giorno dorme. Può valere, in piccola parte, addirittura per Curtis, il fratellastro che tortura piscologicamente e fisicamente Russell: la penna di Vlautin concede, pur evidenziandone il comportamento vile e ingiustificabile, un breve capitolo di pietà anche a lui, quando descrive il suo incontro in mezzo alla strada con la ex fidanzata Yvette che ha messo incinta quando erano appena quindicenni. Sono situazioni più o meno avverse che tutti affrontano testando la propria capacità di reazione, portando alcuni a prendersela con il prossimo e altri a provare a costruire una soluzione più condivisa, sorretta dall’aiuto reciproco e da un senso sincero di comunità. Contando solo sulle proprie forze, così come ricordato nell’esergo scelto dall’autore americano usando le parole di Primo Levi:

Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla.

Vi consiglio di leggere “Nessuno è al posto giusto” appena potete: grazie alla puntuale traduzione di Gianluca Testani, è da poco uscito per Jimenez, la casa editrice che da più di cinque anni sta lodevolmente traducendo e pubblicando in Italia tutta l’opera dello scrittore americano. Nell’ultima pagina trovate anche un link che vi porta alla pagina web dove si può ascoltare la colonna sonora del libro: tredici canzoni appositamente composte dai Delines, la band fondata da Vlautin dopo lo scioglimento dei Richmond Fontaine, che donano all’opera un commento sonoro, leggero o distorto a seconda delle situazioni che Russell e Eddie attraversano.
Come a rassicurarli di non preoccuparsi troppo perché ci sarà sempre qualcuno a preoccuparsi per tutti e due.

Io sarò qualcuno

Lo ammetto subito: sono stato in ansia dalla prima all’ultima pagina. Da quando ho capito che Horace Hopper, ventenne mezzo irlandese e mezzo Paiute, ha deciso di lasciare il ranch vicino a Tonopah, Nevada, dei coniugi Reese, suoi affettuosi e sinceri tutori dopo che il padre se n’è andato e la madre lo ha affidato alla nonna – che a sua volta non ha potuto più accudirlo. Da quando ho appreso che il suo primo desiderio era quello di diventare un pugile professionista – o meglio un campione – di quelli messicani «perché i pugili messicani sono i più forti. Lo sanno tutti. Affrontano chiunque. Sono dei veri guerrieri che non si tirano mai indietro, non mollano mai, non hanno mai paura».

La preoccupazione per le sorti di Horace non diminuiscono con il suo arrivo a Tucson in Arizona, ospite della zia, quando incontra quello che diventerà il suo scalcinato allenatore, Alberto Ruiz, un ex pugile incazzoso e dalla tosse assassina, grande consumatore di gomme Nicorette, molto più attaccato ai soldi che alla carriera e all’incolumità del giovane Horace. L’apprensione si attenua un po’ quando, presentandosi come Hector Hidalgo, ottiene un lavoro da gommista da Benny, un messicano di mezza età che mangia molto piccante e scola birre rigorosamente fredde, seduto su divano logoro davanti alla sua officina dall’insegna scritta a mano. Poi ci sono gli incontri di boxe, sia quelli vincenti, sia quelli che lo vedono sconfitto e quelli davvero fanno aumentare l’apprensione perché su quei ring di Las Vegas, Mesa e Monterrey si ha sempre più la consapevolezza che Horace non è un gran pugile, ma un combattente. E per questo c’è un prezzo da pagare.

Questo e altro succede in “Io sarò qualcuno” di Willy Vlautin, tradotto in italiano da Gianluca Testani – in originale si intitola “Don’t Skip Out On Me” ossia “Non abbandonarmi” – che attraverso la tenacia, le fragilità e la ricerca dell’identità del suo personaggio principale ti tiene alle corde dalla prima all’ultima pagina. Un altro romanzo working class, il quinto, ambientato nelle strade ormai sterrate e strette del sogno americano, opera di uno scrittore che, nel suo efficace minimalismo di genuina derivazione steinbeckina e carveriana, sa farti empatizzare con chi nella vita deve saper fare di tutto per non soccombere: deve saper resistere alla fame e alla solitudine, anche facendo il sacrificio di fare a meno degli amati Slayer, Crowbar, Cannibal Corpse e Pantera pur di rimanere concentrato sul proprio obbiettivo e costruirlo, un mattoncino dopo l’altro. Anche a costo d credere a improbabili manuali di auto-aiuto. Quando il libro finisce non sai se incazzarti di brutto e sputare rabbia e bestemmie o se sederti stremato, come fa un pugile alla fine dell’ultimo round, sapendo che le cose sono andate come dovevano andare e rimane solo la notte a cullarti, unico balsamo dopo la canicola dei giorni passati. Arrivato a quel punto, c’è anche un’altra soluzione: si può riavvolgere il nastro della narrazione e, aiutato dalla colonna sonora che Vlautin ha appositamente composto per il libro insieme ai disciolti Richmond Fontaine, riaffrontare i capitoli principali di un giovane uomo che sa picchiare duro, ma che prende troppe botte. Con una musica che sa appoggiarti la mano sulla spalla, per chi sentisse il bisogno di un po’ di conforto o di tirare qualche moccolo in meno.

Qui sotto la soundtrack del libro – via Bandcamp.


Immagine: illustrazione di Nate Beaty per “Don’t Skip Out On Me”.

Lucy sull’odio

Che l’incazzatura sia il primo motore dei social non c’è dubbio – e di questo la redazione di Lucy sulla cultura sono sicuro che ne abbia piena contezza. Però c’è anche il fatto che l’articolo di Camilla Burelli intitolato “Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni”, oltre a aver generato migliaia di impression e menzioni, possa aver fatto passare la voglia di leggere e, specialmente, di sostenere la rivista. Lo dico perché ho un abbonamento a Lucy fin dalla sua nascita – è l’unico che che ho mantenuto dopo una serie di tagli personali – e dopo aver letto l’articolo non so se a metà maggio lo rinnoverò.

Chissà se altri abbonati avranno il mio stesso dubbio e chissà se la redazione lo abbia messo in conto prima di premere il pulsante “Pubblica”. Chissà poi se, quando è stato deciso che il tema del mese di aprile era quello dedicato alle «sensazioni che l’odio provoca, le sue derive peggiori, e le sue cause spesso fomentate da terzi», i responsabili di Lucy avranno pensato alle possibili conseguenze in termini di supporto alla loro linea editoriale e politica. Il pensiero che non lo abbiano considerato, almeno per me, è forte perché, dopo le numerose reazioni negative ricevute sui social network, forse un post di spiegazione ci stava tutto – sia che fosse per chiarire che era una trollata, sia per rivendicare la propria libertà editoriale o difendere l’autrice colpita da una marea di attacchi. Mettere dietro paywall l’articolo in questione va proprio nella direzione opposta.

Non credo che ci saranno risposte pubbliche, ma almeno questo mio post serve per parlare di un libro. Un gran bel libro, secondo me: “La notte arriva sempre” di Willy Vlautin.

Un libro su una donna che lotta da tre anni – «tre anni senza alzare lo sguardo una sola volta» – per riuscire a comprarsi una casa nella Portland azzannata dalla gentrificazione: la trentenne Lynette viene da una famiglia working class, ha un passato a dir poco burrascoso, ma nonostante tutto, cerca di non soccombere allo spopolamento del suo quartiere e, in quarantotto ore, senza mai lamentarsi nonostante la pioggia continua, una macchina scassata che non parte mai alla prima, ne fa di tutte per racimolare i soldi che le servono per acquistare la piccola abitazione dove vive da anni insieme al fratello disabile e alla madre che non ce la fa più a vivere senza mai una soddisfazione. Lynette fa due lavori, anzi tre, se ce ne aggiungiamo anche uno non proprio legale. Si alza tutte le mattine alle quattro e mezzo e nella parte libera del pomeriggio cerca di studiare per trovare una via d’uscita più dignitosa di chi non può permettersi un appartamento nel centro di Milano.
Se ti va, leggilo anche tu, compagna Burelli.


Immagine: “Gentrification is a Global Phenomenon” | via Unicorn Riot.

Per Lynette e Diane

Lynette ha trent’anni e fa due lavori, ma non bastano. Per comprarsi una casa nella Portland massacrata dalla gentrificazione, deve trovare altri introiti. Così si ritrova in certe officine malsane, tra tossici che respirano benzina spruzzata su una mascherina cercando di forzare una cassaforte. Oppure, come fa già una sua collega nel bar dove lavora, è costretta a vendere il suo corpo a ricchi promotori finanziari stanchi delle loro famiglie o a agiati informatici ventottenni, perversi e egoisti nelle loro dimore ristrutturate da architetti all’ultima moda. Lynette ha un fratello con gravi disabilità mentali, un padre alcolista che se ne è andato e ora lavora sfruttando gli immigrati del Salvador e una madre che fuma troppo e spende i tutti i suoi risparmi perché vuole una macchina nuova.

Diane è bloccata fuori da Tijuana in Messico, dove passa il muro che divide gli Stati Uniti dal resto dell’America. Ha una sessantina di dollari in tasca, i suoi denti non sono in buone condizioni e ha un occhio nero. Adesso è lì, ai margini di una delle città più pericolose al mondo, e sono un lontano ricordo i giorni in cui suonava il clarinetto nella banda e adorava guardare film francesi. Ora è schiava del Dilaudid, come migliaia di altre persone, rese dipendenti da un farmaco che ingrassa le case farmaceutiche o sostenta appena chi lo spaccia per strada.

Lynette e Diane sono due personaggi usciti dalla penna di Willy Vlautin, ispirati dalle dure esistenze della classe lavoratrice americana. Quella che dalle tronfie dichiarazioni e dai millantati proclami di prosperità dell’attuale governo è esclusa. Quella che cerca di sopravvivere ai prezzi delle abitazioni sempre più alti, alla sanità sempre più inaccessabile, a indebitamenti sempre meno solvibili. Sempre più a rischio di precipitare nell’indigenza da working-poor, ormai lontana anni luce dal sogno americano.

Lynette è la protagonista di “La notte arriva sempre” – pubblicato in Italia da Jimenez grazie alla traduzione di Gianluca Testani – mentre Diane è al centro delle strofe di “Dilaudid Diane”, il singolo tratto da “The Setup” dei Delines, l’ultimo disco della band in cui Willy Vlautin, da tredici anni in qua, scrive i testi, suona la chitarra e canta, unendo la sua voce a quella dalle profonde sfumature di Amy Boone. Della canzone ne ho scritto su Humans vs. Robots in questo post su “una ballata per chi si è perso e non può tornare”.

Del libro ne scriverò a breve, ma mi piacerebbe farne anche un video per una vecchia idea che non ho mai tempo – o forse voglia – di principiare. Intanto, se volete, leggete i libri di Willy Valutin, non ve ne pentirete.


Foto da “Portland, Oregon: Displacement by design” | via National Community Reinvestment Coalition.